…e giustizia per tutti (1979)

Un film, questo, che amo particolarmente, perché lo ritengo uno dei migliori esempi di film processuale, detto all’americana legal movie. Il titolo deriva dalla frase finale del giuramento di fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America: “Una Nazione al cospetto di Dio indivisibile, con libertà e giustizia per tutti.”

Ovviamente il titolo è scelto per assurdo, perché la tesi che il film sostiene e prova drammaticamente, è esattamente il contrario. Il problema non è se la legge sia uguale per tutti, ma se la legge riesca a fornire giustizia al cittadino, ovvero giusta punizione a chi la merita e altrettanto giusta assoluzione a chi è innocente. Possibilmente in tempi brevi.

E il problema vero non è tanto la legge in sé, quanto la sua amministrazione, cioè quel complesso meccanismo che si innesca per l’applicazione della legge, fatto di complicate procedure, cavilli ed eccezioni, che talvolta finiscono per procurare gravi ingiustizie. Il che avviene quasi sempre ad opera delle persone che dovrebbero amministrarla: poliziotti, avvocati e giudici.

Il film è un viaggio allucinante, a tratti grottesco, tra varie storie di ingiustizia all’americana: c’è il povero diavolo, assolutamente innocente, che per colpa di un giudice intransigente finisce in carcere, e qui muore nel mezzo di una rivolta; c’è il trans che si impicca in cella perché non ottiene la libertà provvisoria, a causa dell’incompetenza e del disinteresse del difensore; c’è un pedofilo, che una volta rimesso in libertà grazie all’abilità del proprio avvocato, uccide altri due bambini, e perfino un giudice, severissimo e apparentemente irreprensibile, accusato di stupro.

Sarà proprio quest’ultimo a scatenare la ribellione del giovane avvocato protagonista. Tra i due non corre buon sangue, dopo che il giudice ha respinto un’istanza di difesa dell’avvocato e, alle sue proteste, lo ha sbattuto in cella per oltraggio alla corte.

Quando però il giudice si trova sotto accusa, affida la propria difesa, per opportunismo, proprio all’avvocato in questione, sperando così di influenzare la giuria a proprio favore. Ma il legale, idealista e forse anche un tantino ingenuo, è stanco di vedere innocenti in prigione e colpevoli liberi, e non ha nessuna intenzione di far parte del gioco.

Quando si rende conto che, con la propria capacità professionale, potrebbe far assolvere il giudice infame, disgustato dall’iniquità del sistema giudiziario, ha una reazione sconvolgente, che tuonerà nell’aula di tribunale fino a scardinarne le fondamenta, in una di quelle scene che non si dimenticano e che vale da sola tutto il film.

La storia si svolge sia dentro che fuori il tribunale, alternando sapientemente momenti drammatici a sprazzi di umorismo paradossale che ne alleggeriscono il tono generale. Ne deriva una pellicola sostanzialmente drammatica con momenti brillanti che non disturbano affatto, ma anzi sottolineano l’assurdità delle situazioni, complice anche un’ottima sceneggiatura.

Al Pacino è maestoso, ma pure i comprimari non sono da meno: su tutti spiccano Jack Warden, nel ruolo di un giudice stravagante che nei momenti di pausa-pranzo tenta il suicidio, e John Forsythe, l’inflessibile giudice Fleming, insospettabile depravato, sgradevole e ripugnante quanto basta. Insieme rappresentano l’assurdità di un’amministrazione della giustizia in mano a elementi squilibrati e corrotti. Cameo di lusso per il nonno un po’ svanito del protagonista: è Lee Strasberg, direttore dell’Actor’s Studio e maestro, tra gli altri, proprio di Al Pacino.

La regia segue ovviamente il gusto del periodo, ma considerando che siamo di fronte ad un film degli anni ’70, si può ritenerlo tutto sommato ancora attuale. La sua forza dirompente sta proprio nel messaggio di denuncia di una giustizia malata e corrotta, che si esplica in un gioco delle parti tra accusa e difesa, dove alla fine la vera vittima è il diritto.

Altro grande pregio del film è l’assenza di retorica. Perfino la scena finale, in cui l’avvocato si ribella al proprio ruolo, denunciando tutta l’assurdità del sistema, è intrisa di sdegno e di passione, ma non di retorica, tanto che è considerata una delle scene di maggior impatto nella storia del cinema.

Molto spettacolare, grazie all’ottima recitazione di tutti i protagonisti e ad una regia che sa ben amalgamare inquadrature e dialoghi, il film ha l’unico difetto di aver messo un po’ troppa carne al fuoco, mescolando esempi di ingiustizia molto diversi tra loro e forse leggermente sopra le righe. L’intento però è più che lodevole.

Una scena

SPUNTI DI CINEMA: Legal movies: brividi in tribunale

Complimenti a Elena, di Non solo campagna, Nonna Pitilla, Paol1 e Fantom Caligo che hanno indovinato.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

11 pensieri riguardo “…e giustizia per tutti (1979)”

  1. hai fatto come sempre una bellissima recensione di questo film , che io ho visto molti anni fa, ma che mi è rimasto impresso per la scena madre e anche per lo stravagante giudice con “pistola” . concordo con te sulla manacanza di artefici retorici, è una storia che io direi scritta molto bene e molto ben interpretata! grazie per questo lavoro di recupero di pellicole che hanno avuto importanza nel cinema, ma che sono state velocemnte dimenticate

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