Il promontorio della paura (1962)

Grande classico del thriller, dalle atmosfere torbide come solo il bianco e nero riusciva a creare, incentrato sul duello psicologico, prima ancora che fisico, tra due personaggi agli antipodi. Da una parte il buono per eccellenza, Gregory Peck, nel ruolo a cui l’attore sapeva più egregiamente dare corpo, quello dell’uomo medio, modesto avvocato, affettuoso marito e buon padre di famiglia. Dall’altra Robert Mitchum in uno dei suoi personaggi più mefistofelici, un sadico violento, con l’astuzia di un animale che caccia e la ferocia di una belva ferita. Al centro una storia tutto sommato semplice e forse anche banale, che diventa un thriller psicologico da antologia.

L’intreccio, tratto dal romanzo The Executioners di John MacDonald, è abbastanza semplice: un pericoloso pregiudicato, Max Cady, esce dopo aver scontato otto anni di prigione per stupro, e si ripresenta da uomo libero nella piccola città di provincia dove vive Sam Bowden, l’avvocato che, con la propria testimonianza, aveva determinato la sua condanna. Comincia così a perseguitarlo, con minacce sottintese e intimidazioni rivolte anche alla sua famiglia, ma sempre senza compiere nulla di penalmente perseguibile.

Cady misura ogni mossa ed è molto furbo, non minaccia esplicitamente, ma lascia intendere alla sua vittima di poter disporre in ogni momento della sua vita. Chiarisce anche, se mai ci fosse qualche dubbio, che non vuole denaro da lui, ma vendetta. Sia la polizia, interpellata dall’avvocato Bowden, sia un detective privato da lui ingaggiato, lo convincono che per proteggere la sua famiglia, sempre più terrorizzata, l’unica possibilità consiste nello scavalcare la legge e dare una lezione a Cady facendolo picchiare da tre sicari.

Bowden accetta a malincuore, perché la cosa va contro i suoi principi, ma il tentativo si rivela comunque un fallimento. A questo punto Bowden capisce che deve essere più furbo del nemico, attirandolo in una trappola pericolosissima per la sua famiglia, usata come esca, e tentando così di risolvere il problema in modo definitivo.

Detto così sembra tutto molto riduttivo, ma il film si avvale della regia di J. Lee Thompson, di cui è considerato unanimemente il miglior prodotto, e delle musiche di Bernard Hermann, già collaboratore, tra gli altri, di Hitchcock e Truffaut. Inoltre va segnalata la presenza di grandi interpreti, non solo nei ruoli principali: oltre a Peck e Mitchum, infatti, troviamo Martin Balsam nel ruolo dell’ispettore di polizia e il duro Telly Savalas nella parte del detective privato.

Accanto a Peck, nel ruolo rispettivamente della moglie Peggy e della figlia Nancy, compaiono Polly Bergen e la giovane Lori Martin, che incarnano perfettamente la tipica famigliola felice della medio borghesia americana, entrambe fragili e indifese, in adorazione sottomessa del capofamiglia, secondo i dettami della società dell’epoca.

Malgrado per diversi motivi il film appaia oggi molto datato, vince decisamente sul remake del 1991, fatto da Scorsese. Ne parlerò diffusamente a parte, e rimando a quella recensione i confronti.

Di questa pellicola mi preme sottolineare la sceneggiatura, precisa ed efficiente come un orologio svizzero, sottolineata magistralmente dalle musiche di Hermann e dalla splendida fotografia di Sam Leavitt, che valorizza l’atmosfera man mano sempre più opprimente con il suo strepitoso bianco e nero. Anche per questo motivo preferisco l’originale al colorato remake.

Peck e Mitchum reggono quasi da soli tutto il film, e il secondo, in particolare, si distacca da certe esagerazioni di altri suoi personaggi, rendendo il suo ex galeotto una minaccia vera e palpabile, del tutto realistica.

Chi si ricorda del folle predicatore interpretato da Mitchum ne La morte corre sul fiume, non si sorprenderà più di tanto nel vederlo affrontare questa parte che sembra scritta apposta per lui, a cui sa dare la giusta forza, sorretta da un’ambiguità perversa che sembra sempre sul punto di esplodere, inquietante e sgradevole al punto giusto. Inizialmente il ruolo del cattivo doveva andare a Peck, più alto e muscoloso del rivale, ma l’attore, che era anche produttore del film, chiese e ottenne il ruolo dell’eroe.

Chi conosce solo il remake, dovrebbe recuperare l’originale, per comprendere come tensione e paura si possano costruire anche solo con un ossessionante crescendo musicale, e come un personaggio non abbia bisogno di tatuaggi o di muscoli per essere minaccioso e inquietante. Nel complesso Il promontorio della paura è un film d’impronta hitchcockiana che mantiene tutto il suo fascino anche dopo quasi sessant’anni, grazie all’atmosfera unica che ha saputo creare, ai personaggi indimenticabili che lo popolano, e a quella magia che si chiama suspense, che per fortuna non ha età.

Trailer originale

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

53 pensieri riguardo “Il promontorio della paura (1962)”

      1. Andremo in un’altra città. A Sud ci sono le mediterranee. Come sono? Le sfornano ancora o si sono estinte come i dinosauri? Se vieni su, ti faccio conoscere tutte le svizzere tedesche, tutte come me. Capelli sempre biondi. Oh non proprio tutte, ci sono anche nere, rosse, verdi, blu e color mattone. Vuoi una color mattone?

        "Mi piace"

  1. A me non era piaciuto, anche perché – se non ricordo male – c’era la solita trovata/americanata del finale col morto che “resuscita” quando meno te lo aspetti, comune a molti film. Strano, per essere di Scorsese (questo non me lo ricordavo).

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  2. Bellissimo film. Ho visto anche il remake al cinema. Nella scena dove De Niro avvicina la bambina tutti in sala abbiamo trattenuto il fiato. C’è stato un silenzio surreale per tutta la durata della scena con un grande e sonoro sospiro di sollievo da parte di tutti noi. Il potere del cinema 😉 Un grande De Niro e un bellissimo film.

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  3. Grande classico a cui voglio un sacco di bene: mi riprometto sempre di leggere il romanzo ma finora mi è sempre sfuggito.
    Pensa che l’anno scorso il Dio delle Bancarelle mi è stato propizio e ho trovato il Blu-ray di questo film a un euro: sicuramente sarà stata una partita di dischi rubati, non lo so, ma a quel prezzo me ne sono portati via una secchiata.
    Rivedere in alta qualità questo bianco e nero millimetrico è stato davvero bello, con un Mitchum più Mitchum che mai, senza bisogno di alcun trucco o altre furbate che andranno di moda nei film più recenti: basta il suo corpo e soprattutto gli occhi a farti gelare il sangue. Quando si avvicina alla figlia piccola di Peck ti viene la pelle d’oca, senti a pelle la cattiveria che gli sciaborda dal cuore.
    Anche secondo me il remake di Scorsese è acqua fresca in confronto a questo: De Niro gigioneggia parecchio, è esagerato in ogni scena quando invece Mitchum è pura violenza controllata, neanche un ciuffo fuori posto. Sono curioso della tua recensione del Cape Fear del 1991 😉

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