Il diritto di uccidere (2015)

Film complesso, che si può definire di guerra, per l’argomento, anche se in realtà ne mostra solo i retroscena. E’ più un duello psicologico che si gioca su un dilemma morale, di non facile soluzione. Per certi versi claustrofobico, perché la maggior parte dell’azione si svolge nei confini di una sala operativa, dove ogni personaggio è portatore di una propria verità. Ma riesce comunque ad essere sconvolgente quanto Salvate il soldato Ryan.

Lo scopo che il film si prefigge è descrivere dettagliatamente tutto quello che si cela dietro l’attacco di un drone: a partire dai piloti che materialmente manovrano i droni sul bersaglio, ma che di fatto eseguono solo ordini, con buona pace delle loro coscienze, fino al colonnello che dirige l’azione e ufficialmente deve dare l’ordine di attaccare, sollevando così i piloti da responsabilità che non tocca a loro sopportare. Un ruolo determinante hanno anche gli analisti, che calcolano probabilità di riuscita e di danni collaterali con fredde formule matematiche e, spostando abilmente le virgole, trasformano la certezza matematica in opinione e le probabilità in possibilità. Infine, sopra tutto il resto, c’è il vertice della piramide di comando, dove i capi di Stato devono assumersi, davanti al mondo, la responsabilità politica e morale dell’attacco.

In tutto questo si frappone l’elemento umano, come una bambina che vende focacce al mercato, e che rischia di diventare un doloroso danno collaterale, trovandosi, senza saperlo, proprio in mezzo alla traiettoria di lancio, tra i droni pronti a fare fuoco e un gruppo di pericolosi terroristi islamici decisi a fare una strage.

La regia si sposta abilmente dall’interno della sala operativa, dove si fanno calcoli sulle traiettorie di tiro e si discute tra militari sul da farsi, alla zona del bersaglio, in un tranquillo villaggio del Kenya, e qui si divide tra il luogo di riunione dei terroristi e la bancarella di vendita dell’ignara bambina, che si trova proprio lì di fronte.

Tra interni ed esterni, si inseriscono le telefonate sempre più concitate per contattare il presidente o i suoi più stretti collaboratori, e poter avere il via libera all’attacco. E’ un continuo rimpallarsi di responsabilità, che nessuno si vuole prendere, mentre l’urgenza di una decisione immediata si fa sempre più pressante.

Un film intenso, che offre più di uno spunto di riflessione, efficacemente interpretato e ben diretto: la Mirren, grande come sempre, sfodera tutta la sua britannica freddezza fondendola con la sufficiente antipatia del personaggio, mentre Rickman, qui all’ultima apparizione sul grande schermo, rimane un po’ in disparte durante la discussione, per tornare protagonista sul finale, quando il regista, con un tocco di genialità raffinata quanto spietata, inserisce una scena molto significativa.

Dopo aver preso parte ad una decisione a dir poco difficile, il generale, interpretato da Rickman, si lascia alle spalle con incredibile leggerezza le conseguenze di quella decisione, occupandosi di una bambola comprata come regalo per la figlioletta. Quella bambola, di cui il generale aveva già parlato al suo arrivo, simboleggia in chiusura il ritorno alla normalità, quasi non fosse successo nulla. E’ un elemento insignificante per la trama, ma che risalta sull’epilogo del film come il cappottino rosso, sul bianco e nero di Schindler’s list.

Quando il diritto di uccidere, che dà il titolo al film, si trasforma in dovere di uccidere, resta ben poco spazio per la ragione e per la pietà.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

9 pensieri riguardo “Il diritto di uccidere (2015)”

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