Nodo alla gola (1948)

Primo film a colori di Hitchcock, considerato, a torto, uno dei meno interessanti del regista britannico, forse per la sua struttura teatrale. E’ tratto da un’opera in un unico atto di Patrick Hamilton, a sua volta ispiratosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto, lo stesso che ha dato ispirazione, in tempi più recenti, al film Formula per un delitto. Nel 1924 due giovani amanti omosessuali uccisero un bambino, senza un motivo apparente, e la gratuità del loro gesto fu quello che colpì maggiormente l’opinione pubblica. Hitchcock si lasciò quindi ispirare proprio dall’idea di un delitto compiuto senza movente, solo per il gusto di farlo. Ma a questo aggiunse un risvolto filosofico non privo di notevole fascino.

La pellicola racconta, in poco più di un’ora, la storia di due studenti, conviventi in odore di omosessualità, che uccidono senza motivo un amico, lo chiudono in una cassapanca e ci apparecchiano sopra il rinfresco per una festicciola già organizzata, a cui partecipa, tra gli altri, un loro ex professore di filosofia. Ed è proprio per impressionare lui che i due giovani assassini hanno compiuto l’omicidio, assecondando le sue teorie sulla relatività del concetto di bene e di male, e sull’omicidio come privilegio riservato a pochi esseri superiori.

Durante la festa, a cui partecipa tra l’altro anche il padre del ragazzo ucciso, si comincia a notare l’assenza del morto, inizialmente giustificata con un ritardo. Man mano che il film procede, i due complici avranno reazioni diverse, rivelando via via le rispettive personalità e il rapporto morboso che li lega, e finiranno inevitabilmente per tradirsi. A festa finita ci sarà una sorpresa inattesa.

Partiamo dal titolo. L’originale, Rope, che significa corda, si rifà all’opera di Hamilton e allude chiaramente al fatto che l’omicidio avviene per strangolamento. La traduzione italiana, per una volta molto azzeccata, arricchisce il titolo di una connotazione emotiva, che prelude sia alla tensione psicologica a cui sono sottoposti i due protagonisti, sia alla suspense che domina tutto il film.

La struttura del film è quasi rivoluzionaria, perché viene costruito come se fosse uno spettacolo teatrale in presa diretta. Per ottenere questo effetto sorprendente, Hitchcock ha girato 10 blocchi di piano sequenza, il più breve di quasi 5 minuti, il più lungo di poco più di 10. Il che vuol dire che ha girato ogni volta una scena lunga da 5 a 10 minuti, senza mai staccare la cinepresa dagli attori, e in ogni scena i protagonisti dovevano sapere esattamente cosa dire e come muoversi nello spazio ristretto della scenografia.

Una lavorazione dunque molto complessa, sia per il regista, sia soprattutto per gli attori. Per assecondare i movimenti dei protagonisti nell’area limitata della stanza, Hitch il perfezionista, aveva disseminato ovunque, su pareti e pavimento, piccoli, impercettibili segni, che gli attori dovevano seguire rigorosamente per trovarsi nel punto giusto al momento giusto. E’ facilmente immaginabile la difficoltà di seguire queste tracce e riuscire contemporaneamente a recitare la propria parte, sapendo che il ciak durerà da 5 a 10 minuti, senza interruzione…

Un altro aspetto molto singolare di questo film è che in parallelo col procedere della storia, si assiste al trascorrere del tempo, attraverso la grande finestra che fa da sfondo alla scena: si vede la città che cambia progressivamente l’intensità delle luci e dei colori,  grazie all’uso sapiente di riflettori che imitavano alla perfezione la luce naturale,  permettendo alla città di modificare il suo volto durante lo svolgersi della vicenda, che comincia al pomeriggio per concludersi a notte inoltrata. Si ha quindi l’illusione dello scorrere del tempo, vedendo via via diminuire la luce del cielo, sostituita sul finale dalle luci artificiali della città.

Altro ostacolo di non poco conto, che Hitchcock dovette affrontare, fu quello della censura. Il famigerato codice Hayes, che regolamentava gli spettacoli cinematografici, specificava tassativamente cosa fosse o non fosse considerato “moralmente accettabile”. All’epoca l’omosessualità era annoverata tra le perversioni sessuali, e come tale non poteva essere rappresentata al cinema. Oggi la cosa fa sorridere, ma allora il mancato rispetto di quelle regole comportava la censura del film, che, in casi estremi, poteva essere escluso dalla proiezione nelle sale.

Hitch riuscì ad aggirare il problema attraverso la bellissima sceneggiatura di Arthur Laurents, che suggerisce l’omosessualità dei protagonisti, senza però renderne manifesti gli aspetti più scandalosi, che la rigida morale hollywoodiana dell’epoca non avrebbe accettato. A titolo di curiosità, va detto che nel doppiaggio italiano non traspare il fatto che i due giovani assassini siano una coppia a tutti gli effetti, cosa che invece si deduce dalle battute originali, che sono fortemente allusive e particolarmente maliziose.

A quanto pare la censura italiana era ancora più rigida di quella americana. Parte dei dialoghi sono stati completamente modificati, stravolgendo tutta la storia, così come il regista l’aveva concepita. Nella versione italiana, l’omicidio appare un incidente, o comunque un evento non premeditato, mentre nella versione originale è ben chiaro che l’assassinio è voluto e premeditato, tant’è vero che i due giovani indossano i guanti.

Inoltre viene anche sottolineata la loro volontà di realizzare le teorie del professor Cadell, secondo il quale l’omicidio è riservato a pochi eletti, dotati di una mente superiore. Oltre a ciò, va detto che i due ragazzi, in seguito all’omicidio, provano un piacere quasi erotico, tant’è vero che, dopo averlo commesso, uno dei due si accende voluttuosamente una sigaretta.

L’opera del regista inglese è, forse, una delle sue meglio riuscite proprio perché frutto di sperimentazione tecnica, visiva e dialettica. Tuttavia l’autore non lo considerava uno dei suoi preferiti, bensì come un esperimento non troppo riuscito, come emerge dall’intervista, più volte citata, realizzata da Francois Truffaut. Il motivo probabilmente è lo stravolgimento del suo stile, basato di solito su un accurato montaggio.

Togliendo infatti la possibilità di montare le scene, la costruzione della suspense e l’aumento della tensione sono più difficili da ottenere. Il geniale regista ci riesce comunque ponendo il cadavere della vittima al centro dell’attenzione, ma celato dalla cassapanca. In questo modo tutti i personaggi vi si troveranno inconsapevolmente vicini, generando una costante tensione nello spettatore.

Tra gli attori va citato necessariamente James Stewart, che qui mostra tutta la sua tecnica impeccabile. Il regista raccontò che Stewart durante le riprese passava delle notti agitate, un’ulteriore dimostrazione di come la tensione fosse palpabile, e si fosse creata un’atmosfera quasi claustrofobica. Mentre il film non riscosse in generale buone critiche, sia per l’impianto di tipo teatrale, sia per la tematica troppo particolare, chi ottenne ottime recensioni per la sua interpretazione fu Farley Granger, che lavorò di nuovo con Hitchcock, tre anni dopo, ne L’altro uomo .

Nodo alla gola è un film all’avanguardia, un vero e proprio esercizio di stile, che si avvale di una fotografia ineccepibile e di una sceneggiatura perfetta. E’ un film di una bellezza incredibile, 80 minuti di tensione ipnotica, in cui Hitchcock porta al massimo livello tutte le sue abilità, in una magica presa diretta che dà allo spettatore l’impressione di essere comodamente seduto a teatro.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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