Sotto sequestro (2018)

Non fatevi ingannare dal titolo: non si tratta del solito action all’americana, con sequestratori, negoziatori e trattative estenuanti. Questo è un film difficilmente definibile e straordinario, non tanto dal punto di vista estetico o artistico, quanto per i contenuti. Parte come dramma, freddo e violento, ma poi si trasforma via via in qualcosa di coinvolgente, che appassiona e trascina lo spettatore sull’onda delle emozioni. Ancora di più se si pensa che è ispirato a fatti realmente accaduti.

Siamo in un imprecisato paese del Sud America (anche se la bandiera somiglia molto a quella del Perù). Durante una festa all’ambasciata giapponese per il compleanno di un ricco industriale, fa irruzione un gruppo di terroristi armati, confidando nella presenza del capo del governo, che è il loro bersaglio. Il presidente invece è assente, e i terroristi sono costretti a ripiegare sugli ostaggi, tra cui un famosissimo soprano invitato alla festa per cantare. Il clima naturalmente si surriscalda, perché i terroristi sembrano decisi a tutto e non vogliono fare concessioni. Ma da qui in poi il film cambia totalmente registro.

Lentamente e gradualmente l’atmosfera si sgela, e su panico e violenza prevale l’umanità, la sintonia apparentemente impensabile tra esseri umani di lingue, culture e idee non solo diverse, ma incredibilmente distanti. La bellezza soave del canto riuscirà ad armonizzare le differenze tra ostaggi e carcerieri, come una sorta di linguaggio universale.

Grazie alla presenza di un interprete, le varie parti si confronteranno e avranno modo di conoscersi profondamente, di interagire e perfino di innamorarsi, anche perché il sequestro si prolunga per settimane (nella realtà durò 4 mesi). Da questo confronto emergeranno punti di contatto, gesti di solidarietà e di tolleranza, in un piccolo universo chiuso tra le mura dell’ambasciata, e completamente separato dal mondo esterno, con regole proprie e un proprio personalissimo concetto di felicità. Poi, all’improvviso, il mondo esterno irromperà prepotentemente in quel piccolo universo, scombinandone gli equilibri.

Non rivelo il finale, ma vi dico che sarà difficile da guardare, perché è uno dei finali più duri e coinvolgenti che abbia mai visto, che disorienta ed emoziona oltre ogni immaginazione, toccando in profondità quel sentimento di umanità che alberga in ognuno di noi. Arriva brusco e inaspettato, anche se non del tutto imprevedibile, e sovverte completamente gli schemi del film, sconvolgendone il ritmo e turbando l’animo dello spettatore. E non a caso arriva in un momento particolarmente calmo e sereno, in cui gli animi così diversi delle due parti sembrano aver trovato un equilibrio, accomunati da una spensieratezza quasi infantile.

Gli attori sanno dare corpo e volto alle emozioni, in particolare la Moore e Watanabe, anche perché è un film in cui gesti e sguardi hanno un significato che va oltre le parole, e nei momenti più commuoventi la loro capacità espressiva esalta l’impatto emotivo. Il regista non usa particolari finezze stilistiche, tranne sul finale, quando accelera il ritmo convulso dell’azione e utilizza il rallentatore per accentuare la drammaticità delle immagini nell’occhio dello spettatore.

Va sottolineata anche la bella idea di non tradurre i dialoghi tra personaggi di nazionalità diversa, esplicitandoli solo con sottotitoli, cosa che accentua le loro differenze geografiche e  culturali, ed evita di snaturarne l’essenza ed appiattirne le peculiarità. Delicato e poetico anche l’espediente utilizzato dal regista negli ultimi fotogrammi, a simboleggiare la dolorosa nostalgia del ricordo, fondendo le inquadrature con le note struggenti della musica e l’intenso primo piano di Julianne Moore.

Due curiosità: il film in originale si intitolava Bel canto, da noi è stato cambiato in Sotto sequestro, ponendo l’accento sulla vicenda di cronaca; Julianne Moore è doppiata, nella parte cantata, dal soprano statunitense Renée Fleming.

Considerando che il regista finora ha firmato quasi esclusivamente commedie, tipo American pie, questo film intenso e profondo si può considerare un piccolo miracolo. Assolutamente da vedere.

Per chi ha Sky, il film è disponibile gratis su On demand.

Trailer originale

 

SPUNTI DI CINEMA: Storie vere

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

30 pensieri riguardo “Sotto sequestro (2018)”

  1. Ciao.
    Ieri sera vedendo il documentario che Ron Howard ha dedicato a Pavarotti mi è tornata in mente Julianne Moore. Poveretta, è brava nel ruolo del soprano, ma quando finge di cantare non è credibile. Immagino che abbia osservato Fleming cantare e poi si sia sforzata di replicarne postura e movimenti, ma probabilmente non le hanno suggerito di non limitarsi a quello, non le hanno detto che avrebbe dovuto strillare, anche senza intonare i brani: perché l’immobilità, soprattutto del collo, rivela l’inghippo, fa chiaramente capire che non sta cantando davvero. Ci sono cascati altri prima di lei, e continuerà a succedere. I maestri d’arme sono pagati a peso d’oro perché aiutino a rendere credibili le scene di combattimento, forse un consulente musicale per un film in cui la musica è fondamentale non contribuirebbe a sforare il budget, che ne dici?

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    1. Da appassionato di cinema action posso testimoniare che il problema che indichi vale esattamente anche per le scene d’azione interpretate da divetti di Hollywood (chi ha detto Keanu Reeves?): malgrado siano affiancati dai professionisti migliori, malgrado da decenni ad ogni film facciano un corso intensivo, se so’ impediti so’ impediti!
      L’annosa domanda del cinema d’azione è: meglio chiamare uno bravo però scarso a recitare, o un attore a cui insegniamo due stupidate sul set? Purtroppo in serie A prevale la seconda scelta, così abbiamo gente che non sa allacciarsi le scarpe fingere di saper combattere, con risultati devastanti. Per fortuna la serie B-Z dà invece spazio a professionisti capaci, che reciteranno male ma sulle scene d’azione devi lasciarli stare 😉

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      1. Approfitto del tuo gradito commento per ricordare Jean-Claude Van Damme e Bruce Willis quali guest stars di Friends: per la loro insospettabile autoironia, ma anche perché alla fin fine non vi hanno recitato male, anzi.
        (Mi trovo nel pieno di una operazione-nostalgia generata dal domicilio coatto e dalla simultanea e conseguente scoperta che Amazon Prime offre gratuitamente [fra l’altro] la visione di tutte e dieci le stagioni di Friends in alta definizione, per cui sto riguardando tutti gli episodi – e, superfluo aggiungerlo, a ogni battuta rido come se fosse la prima volta che la sento…)

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  2. A quanto ho capito parte da te la segnalazione di questo film, che ho conosciuto leggendone sul blog di Claudio: il bello della blogosfera è che tutto scorre 😉
    Come dicevo a Claudio, lui è stato cattivissimo perché dalle sue parole sembrava quasi una romantica storia d’amore su sfondo lirico, e non avendo mai sentito nulla del film l’ho iniziato con spirito votato al Nirvana… e dopo dieci minuti m’è preso un colpo! E’ iniziata una lunga sofferenza verso il finale, che concordo: era davvero tanto tempo che non vedevo un finale così terribilmente crudele in un film.
    Sono d’accordo con quanto scrivi, il doppiaggio per fortuna ci ha evitato un “pan-italiano” perché la base della vicenda sta proprio in una duplice accezione del linguaggio: chi si vuol capire, non ha problemi di lingua; chi non vuol capire, nessuna traduzione lo fermerà. C’era il serio rischio di un altro “Brother” (2001) di Kitano, studiato appositamente per avere tre lingue diverse (giapponese, americano e spagnolo) e massacrato da un doppiaggio che ha fatto parlare tutti italiano. Per fortuna qui è ben tangibile una Babele che però non ferma i sentimenti, universali.
    Sono anche un grande collezionista di citazioni scacchistiche e a sorpresa c’è pure Christopher Lambert alla scacchiera: quando presenterò la scena dal mio blog “CitaScacchi” ti ringrazierò 😉
    Per finire, film splendido e crudele, mi ha allargato il cuore prima di spezzarlo. Però la prossima volta avvertite, eh? 😀
    P.S. Anch’io sono allibito dalla crescita del regista, che scopro essere anche dietro ad un film che mi è molto piaciuto, “Grandma” (2015) con una strepitosa Lily Tomlin: non sembra, ma anche lì è una storia durissima, sebbene di tutt’altro genere.

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    1. Ti ringrazio tantissimo per l’apprezzamento del film, temevo che magari potesse piacere solo a me. Io amo molto le emozioni anche quando sono devastanti, come in questo caso, ma non per tutti è così. Felice che ti sia piaciuto.

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