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La vita è bella (1997)

Questa è la meravigliosa favola triste di Guido e della sua principessa Dora, un amore nato nel momento sbagliato, in un’epoca crudele che non concede nulla ai sentimenti. Eppure riusciranno a formare una famiglia felice con la nascita di Giosuè, fino all’arrivo delle leggi razziali, che sconvolgeranno gli equilibri non solo della piccola famigliola, ma dell’intera società.

La famiglia verrà divisa nel modo più disumano, in quel terribile teatro di crudeli assurdità che è un campo di concentramento, dove Guido saprà inventarsi un dolcissimo e incredibile gioco per far sopravvivere nel cuore di Giosuè la speranza. Facendo affidamento sulla fantasia e sul suo amore sconfinato, riuscirà a bendare gli occhi innocenti del figlio, nascondendo alla sua anima di bambino gli orrori più indicibili che l’essere umano abbia mai saputo creare.

La vita è bella è un film che parla di amore e di scelte coraggiose. Prima un corteggiamento, lungo, serrato, che non si arrende, che non ammette rifiuti né esitazioni. Poi quella che sembra la felicità, perfetta, ma che dura poco. Arriva il momento delle scelte: Dora, che non è ebrea, decide di salire su quel treno per seguire la sua famiglia, più avanti Guido sceglierà di andare incontro al proprio destino pur di rivedere il volto della sua principessa, e come padre saprà regalare al figlioletto l’ultimo sorriso giocando con la morte.

Non era facile vincere la scommessa del tragicomico, con un tema così delicato e difficile come l’Olocausto, ma Benigni vince a piene mani, firmando un film che è una splendida favola, capace di stupire e commuovere, un incanto che sorprende col sorriso, e travolge con la malinconia, una tragedia umana vissuta con leggerezza, ma sempre con profondo rispetto.

Vedendo il film di Benigni, vengono in mente le parole struggenti di Primo Levi: la vita fuori è bella e, nonostante tutto, può continuare ad essere bella. Sulla scelta del titolo ho inserito una clip in cui il regista stesso spiega come è nato, ma del resto era abbastanza ovvio, visto che tutto il film è un inno alla vita, una metafora sulla ricerca della felicità, che va inseguita sempre, anche nei momenti e nelle situazioni peggiori.

Il film di Benigni forse non è perfetto, a volte c’è un certo compiacimento dei particolari più toccanti, e forse troppa irriverenza nei confronti di una tragedia umana senza precedenti; ma il revisionismo storico della pellicola la rende sorprendente e memorabile, riuscendo a capovolgere la realtà e a sottolineare quella superiorità morale della vittima sul carnefice, ben espressa da Cicerone: è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che rendersene colpevoli. Quella stessa superiorità che risuona nelle parole di Giosuè, quando alla fine del film ritrova la madre e grida felice: “Abbiamo vinto!”

Nel rappresentare questa superiorità Benigni è inarrivabile, grazie alla sua fisicità entusiasta, alla recitazione surreale e spensierata del suo personaggio, eterno bambino che non vuole crescere e piega la realtà ai suoi bisogni. Complice perfetto il piccolo Giorgio Cantarini, con la sua spontaneità semplice e genuina, e gli occhi sempre sgranati per la meraviglia, pronto ad accogliere, con l’incanto tipico dell’infanzia, quello strano gioco offertogli dal padre come ultimo straziante dono d’amore.

Altro superbo comprimario di gran classe è Giustino Durano, che nelle movenze e nella mimica, sembra quasi un Benigni invecchiato prematuramente. Persino Nicoletta Braschi, spesso nota dolente nei film del marito, qui riesce ad essere abbastanza espressiva e in alcuni momenti, complice la divisa del lager, addirittura struggente.

Il film venne preso di mira da certa critica perché sul finale si vede il campo di concentramento liberato dagli Americani, non dai russi, come accadde ad Auschwitz: in particolare fu Monicelli a definire una mascalzonata il revisionismo storico di Benigni che, forse alla ricerca proprio del consenso dell’Academy, mise una bandiera americana anziché russa sul carrarmato che liberava il campo di concentramento del film.

Ma Benigni replicò dichiarando: “Il film non parla di Auschwitz, infatti intorno al campo ci sono i monti, che ad Auschwitz invece non ci sono. Quello è “il” campo di concentramento, perché qualsiasi campo contiene l’orrore di Auschwitz, non uno o un altro”.

Ricordiamo tutti la cerimonia di premiazione degli Oscar, in cui un’emozionata Sophia Loren gridò al mondo “Robertooooo”, dando il via ad uno dei siparietti più divertenti ed entusiasmanti della storia degli Academy Awards. Benigni saltò sulle poltroncine, rompendo ogni protocollo del serissimo cerimoniale, di solito ingessato e spesso realmente noioso, poi, con un inglese non proprio perfetto, ma sempre migliore di quello di Sorrentino, citò Dante, ricordò le vittime delle deportazioni naziste e ringraziò i suoi genitori per avergli fatto il regalo più grande, la povertà.

Benigni era il secondo attore di tutta la storia ad aver vinto il premio Oscar come Miglior attore in un film di cui era anche regista. L’altro a esserci riuscito è Lawrence Olivier, nel 1948 con Amleto. L’unica altra interpretazione completamente in italiano a essere stata premiata con l’Oscar per il Miglior attore o la Miglior attrice protagonista, fu quella di Sophia Loren ne La ciociara, nel 1960.

Roberto Benigni è stato il quarto personaggio ad essere nominato agli Oscar come miglior attore, miglior regista e per la miglior sceneggiatura nello stesso anno. Gli altri attori e registi insigniti di questo riconoscimento sono Orson Welles per Quarto potere (1941), Woody Allen per Io e Annie (1977) e Warren Beatty per Reds (1981).

Qualche semplice curiosità.

I nomi dei protagonisti del film sono ripresi da Dora De Giovanni, zia di Nicoletta Braschi, e da Guido Vittoriano Basile, suo marito, morto nel campo di concentramento di Mauthausen. Il numero della divisa, indossata da Guido nel campo di concentramento, è lo stesso indossato da Charlie Chaplin nel suo film Il Grande Dittatore.

All’interno del film sono presenti due tributi a Massimo Troisi: il primo è la scena girata in teatro, quando Guido tenta di far girare la maestra dicendo “Voltati, voltati”, idea ripresa da Ricomincio da tre; il secondo è il momento in cui Benigni, per incontrare la maestra, percorre tutto il quartiere di corsa.

Una scena del film è ispirata al film Le ali della libertà. Quando è all’interno del campo di concentramento, Guido riesce a impossessarsi del microfono della filodiffusione e dichiara il suo amore a Dora passando un brano di musica classica. In quel momento la musica si diffonde in tutto il campo e tutti alzano la testa, quasi sollevati per un attimo dall’orrore, esattamente come avveniva nel capolavoro di Darabont.

Concludo riportando le parole di Sergio Mattarella sull’importanza e sul valore del cinema.

“Il cinema può insegnare tante cose. Tra le cose che ci ha donato, nel corso di questi anni, e che continuerà a donarci, ve ne sono tante che andrebbero ricordate… Vorrei ricordare una battuta del film La vita è bella, quando il piccolo Giosuè mostra il suo stupore di fronte ad un cartello assurdo, quello con la scritta “Vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani”.

Il padre, per confortarlo, gli dice: “Domani mettiamo anche noi un cartello ‘Vietato l’ingresso ai ragni e ai Visigoti’”. Quella battuta, rispetto all’ottusa ferocia dell’antisemitismo e del razzismo, ha fatto più di quanto i pur necessari discorsi e le celebrazioni possano fare. Questo può fare il cinema, ed è molto importante che lo faccia”.

 La scena comica e insieme toccante in cui Guido “inventa” il gioco per Giosuè.

Perché La vita è bella

La consegna dell’Oscar

Complimenti a elenaelaura e paol1 che hanno indovinato. Vorrei riportare il commento di paol1 (lo trovate alla pagina dell’indovinello): “La vita è bella”. Il titolo e…in generale!!

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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

39 pensieri riguardo “La vita è bella (1997)”

        1. No, certo, perché quello che preme al regista è l’idea di cercare sempre la bellezza e la felicità in ogni situazione. E’ chiaro che il film non vuole essere realistico, ma più una metafora.

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        1. Hai un idea sbagliata sul mio rapporto con la chiesa, io non ho fede, ma ho tantissimi amici nel mondo della chiesa, non sopporto le persone che predicano una cosa e ne fanno un’altra.
          Io escluso quello di santificare le feste per il resto sono a posto, certo sul desiderare….. capita.

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        2. Guarda che il tu, non era riferito a te. Era un tu generico. Mi riferivo a Benigni. Si può avercela con la Chiesa, e magari essere credenti. Questo volevo dire. Non ho idee su di te, se non quello che dici tu stesso. Non mi faccio idee delle persone, mi piace conoscerle.

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        1. Guarda, quello che tu fai con facilità, per un altro potrebbe significare un lavoro lungo e, magari, noioso.
          Quando si fa qualcosa e lo si fa con passione, è tutto più facile e veloce.
          Te lo dice uno che ormai non riesce a non scrivere qualcosa tutti i giorni, che sia un racconto, un articolo o un pezzo di capitolo: non che mi abbia mai pesato, ma prima mi serviva di più; poi, la pratica e la routine hanno fatto il resto 😉

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  1. Bellissimo film e bell’ articolo. A mio parere una favola non deve per forza essere realista e la crudeltà umana può essere rappresentata in modi più “sottili”. Fa riflettere la scena in cui il generale nazista a tavola sembra ritrovare la sua umanità, in realtà si scopre essere angosciato soltanto per la soluzione di un indovinello.

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  2. Un’altra annotazione marginale.
    A Shawshank, Andy Dufresne fa in modo che gli altri detenuti ascoltino un duetto di Mozart – uno dei tanti brani che fanno desiderare ai cantanti lirici di essere scritturati per Le nozze di Figaro.
    Nel campo di concentramento, Guido Orefice diffonde un duetto di Offenbach – uno dei più famosi momenti dei Racconti di Hoffmann.
    Tutto si tiene: Offenbach era stato definito da Wagner (con un misto di ammirazione, canzonatura e rabbia, in quanto notoriamente antisemita) “il piccolo Mozart degli Champs-Élysées”.

    Dico sempre che conoscere la musica aiuta a capire le cose: ne sono profondamente convinto.
    Una piccola precisazione: sono un semplice appassionato, non un musicologo, non ne ho i titoli (fra parentesi, non sono nemmeno laureato: ho un diploma di liceo classico, preso per il rotto della cuffia).

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    1. Certo conoscere in maniera approfondita aiuta, però penso che il messaggio che voleva dare la musica nel film arrivi comunque, anche ignorando di quale brano si tratti. Non ho mai detto che sei un musicologo, e non ho mai pensato che una laurea valga più della passione.

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      1. Scusami, non pensare che quello che ho scritto fosse rivolto direttamente a te. Ma mi sembra giusto dire le cose come stanno.

        D’accordo sul messaggio, chiaro anche per chi ignora tutto della musica che ascolta.
        Del resto, sono convinto che le coincidenze di cui sopra siano puramente casuali, e forse non mi sarebbero venute in mente se tu non avessi citato Le ali della libertà.
        Gli è che a volte un piccolo spunto mi dà il destro per parlare a ruota libera. Mi rendo conto che a volte esagero – dovrei contenermi, come diceva Berlusconi a Santoro…

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        1. Non fraintendermi, la precisazione era molto interessante. Solo volevo dire quello che ho detto, cioè che la bellezza della musica di fronte all’orrore del luogo era comunque evidente. Non contenerti mai quando parli di cose che ti appassionano, sei tu che l’hai detto, ed è giusto.

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  3. Beh, non c’è commento riguardo a questo film che possa non sminuire la sua magnificenza. Perciò mi limito a dire che ha sicuramente segnato la vita di chi lo ha guardato o di chi, come me, lo ha visto centinaia di volte.
    Benigni è un grande secondo me!

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