Effetto notte (1973)

Ho cominciato ad amare il cinema dopo aver visto questo film. Purtroppo non l’ho visto quando è uscito, perché ero troppo giovane, ma solo successivamente, ed è stato una rivelazione, come una scintilla improvvisa che mi ha acceso dentro un fuoco. Da allora non sono più stata capace di vedere un film senza analizzarlo, studiarne i particolari, immaginarne i retroscena, il non visto, ovvero quello che succede dall’altra parte dello schermo. Perché è proprio quello che Truffaut cerca di spiegare con questa immaginifica pellicola.

Partiamo dal titolo. L’effetto notte, che in francese è la nuit américaine, è un espediente di tecnica cinematografica che trasforma una scena, girata di giorno, in una scena notturna, mediante l’uso di un filtro scuro davanti all’obiettivo. E già in questo c’è tutto il senso della finzione che è poi l’anima del cinema.

Il film racconta, nei più minimi particolari, la lavorazione di un film, Vi presento Pamela, mostrando tutti i retroscena della produzione: la vita sul set, il lavoro e le pause, i piccoli e grandi problemi che quotidianamente ci si trova ad affrontare, i rapporti che nascono, durante le riprese, tra gli attori e tra i membri della troupe, il lavoro di mediazione che spesso è costretto a fare il regista o chi per lui, per amalgamare la varia umanità presente sul set, coordinando le necessità personali di tutti, con quelle prioritarie del film.

Effetto notte ci mostra tutto, dal primo all’ultimo giorno delle riprese del film nel film, con un gioco di incroci e incastri, tra vita reale e finzione, con citazioni e autocitazioni, allusioni e riferimenti ad altro cinema: le crisi degli attori, le pressioni dei produttori, le innumerevoli scelte che deve compiere il regista, le vicende amorose che si intrecciano a quelle lavorative. Un insieme eterogeneo di situazioni diversissime, tutte unite da un solo obiettivo: finire le riprese.

E ciò nonostante il film scorre via fluido, senza intoppi, senza momenti di stanchezza. Anzi si può quasi dire che si crea un effetto suspense, per cui lo spettatore è catturato dallo schermo e dalle vicissitudini della troupe e del film, per cui alla fine si trova a seguire due storie contemporaneamente, quella di Effetto notte e quella, altrettanto appassionante, di Vi presento Pamela, e deve essere ben chiaro che quest’ultimo è un film vero, un tipico film di Truffaut, non una scusa per mostrare come si gira un film.

Se così non fosse la pellicola perderebbe tutto il suo significato: Effetto notte rappresenta il Cinema, il riflesso cinematografico, mentre Vi presento Pamela è la realtà. In questo gioco di specchi Truffaut è il denominatore comune, interpreta se stesso per mostrare in prima persona la propria attività artistica e per compiere un atto d’amore nei confronti del Cinema.

Per questo motivo il regista francese compie quasi un esame autoptico della sua opera, sezionandone la trama e la struttura, isolando gli elementi che lo compongono e spezzandone la successione temporale, per poi ricostruire all’interno del film, un film sul Cinema. In pratica Effetto notte diventa un espediente che permette a Truffaut di rivelare i mille inganni del linguaggio cinematografico e, nello stesso tempo, di approfondire le situazioni personali di chi il cinema lo fa e lo vive quotidianamente sulla propria pelle.

In fondo Effetto notte è un discorso personale del regista sulla propria concezione del cinema, come una sorta di confessione autobiografica; del resto Truffaut è sempre stato autobiografico nei suoi film, senza tuttavia parlare mai della sua vita reale. E anche in Effetto notte sia gli attori che i vari membri della troupe mostrano allo spettatore qualcosa della loro vita privata, ma non Truffaut, che rimane sempre e solamente “il regista”.

Tanti gli attori che hanno contribuito al successo di questo film, portando in scena se stessi, a cominciare da Jean-Pierre Aumont che interpreta il seduttore hollywoodiano, ricalcando episodi della sua stessa vita, fino a Valentina Cortese, nel ruolo di un’attrice ormai sul viale del tramonto, che ritarda la lavorazione del film perché non ricorda le battute; e poi Jean-Pierre Léaud, attore feticcio di Truffaut fin dai tempi de I quattrocento colpi, che interpreta Alphonse, il possessivo e gelosissimo protagonista di Vi presento Pamela, e la bellissima Jacqueline Bisset che interpreta un’attrice inglese, reduce da un esaurimento nervoso.

Una curiosità: Valentina Cortese fu candidata all’oscar come miglior attrice non protagonista, ma quell’anno fu premiata Ingrid Bergman per Assassinio sull’Orient Express. Nel ricevere il premio, la Bergman si scusò con la Cortese, dicendo che il premio sarebbe dovuto andare a lei, e la definì la miglior attrice di sempre.

Considerato uno dei migliori film di sempre, premiato nel 1974 con l’oscar come miglior film straniero, il capolavoro di Truffaut si presta ad innumerevoli letture ed è un film complesso che ha la capacità di divertire, insegnare, interessare ed emozionare allo stesso tempo. In esso è espressa tutta la filosofia di François Truffaut, riassunta dalla frase che lui stesso pronuncia all’interno del film, nei panni del regista: «I film sono più armoniosi della vita, Alphonse. Non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti. I film vanno avanti come i treni, capisci, come i treni nella notte. La gente come te, come me, lo sai bene, siamo fatti per essere felici nel nostro lavoro del cinema».

 

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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