Orizzonti di gloria (1957)

E’ difficile parlare di un’opera d’arte come Orizzonti di gloria. Difficile perché si è già detto tutto, difficile perché è qualcosa di prezioso, che va maneggiato con cura, difficile perché si rischia di dire qualcosa di inutile. E’ come parlare della Pietà di Michelangelo. Superfluo. Allora proverò un approccio diverso, tenterò un’analisi dei dettagli.

La trama è più che nota, penso, ma partiamo da un breve riassunto, tanto per rinfrescare la memoria. Siamo nel 1916, la Grande Guerra, quella più terribile, combattuta in trincea, da giovani che spesso neanche sapevano tenere in mano un fucile, gettati allo sbaraglio per inseguire una vittoria di cui in fondo neanche gli importava.

Fronte occidentale. Esercito francese contro quello tedesco. Il generale Broulard, senza nemmeno avvicinarsi al campo di battaglia, ordina l’attacco ad una postazione strategica tedesca, chiamata “il formicaio”. Il generale Mireau, intravedendo la possibilità di una promozione, decide di tentare l’offensiva, o meglio di farla tentare alle truppe, e si prende il disturbo di recarsi in trincea per spronare i soldati all’attacco, parlando di gloria e di coraggio, ma si guarda bene dall’accompagnarli. Il colonnello Dax, a capo delle truppe, non nasconde il suo disaccordo, ritenendo praticamente nulle le possibilità di successo, ma ugualmente esegue gli ordini, andando all’attacco insieme ai suoi uomini.

L’assalto si trasforma in una carneficina e il formicaio non viene conquistato. Il generale Mireau, indispettito per la promozione sfumata, accusa gli uomini di incapacità e codardia e chiede la fucilazione di 100 soldati scelti a caso tra le truppe, come esempio per gli altri. Il generale Broulard (bontà sua) gliene concede solo tre, sempre scelti a caso, e sottoposti a un regolare processo davanti alla corte marziale.

Inutile dire che il processo è una farsa, gli uomini vengono condannati e fucilati. Il colonnello Dax tenta in extremis di salvarli, denunciando il comportamento inaccettabile di Mireau, che aveva ordinato all’artiglieria di sparare contro i propri uomini, per punire la loro vigliaccheria, ma Broulard pensa che lo scopo della denuncia di Dax sia di ottenere una promozione. Dunque gliela offre, ma Dax rifiuta sdegnosamente e attacca il generale accusandolo di aver causato la morte di tantissimi uomini per un’azione folle e inutile, per sporchi scopi politici. Dopo la fucilazione, un breve, intenso, momento di pausa e poi di nuovo all’attacco. Di nuovo incontro alla morte.

Tre attori grandiosi: Adolphe Menjou e George Macready nei panni dei due generali, ne esprimono tutta l’arroganza e il senso di superiorità di chi considera i soldati solo carne da macello, mentre Kirk Douglas passa dall’espressione granitica della trincea,  alla furia rabbiosa e non più controllata del salone da ballo, fino alla cupa rassegnazione degli ultimi fotogrammi che chiudono il film.

Paradossalmente in uno dei migliori film sulla guerra, la guerra stessa si vede poco o niente. L’attacco al formicaio dura pochi minuti, i nemici neanche si vedono. Però si vedono i morti, si sentono i colpi dell’artiglieria, si avverte tangibilmente la paura di morire, quel sentimento così umano che si accompagna all’istinto di sopravvivenza.

Le riprese in trincea all’inizio del film sono di un realismo agghiacciante: si ha la sensazione di camminare nei corridoi della barricata, si sente il rumore dei proiettili sovrapporsi al suono implacabile del fischietto di Dax che ordina agli uomini l’attacco; poi solo suoni di morte, di dolore, strazio di corpi e di anime. Sicuramente non c’è ombra di codardia, ma solo il desiderio umanissimo di tornare a casa vivi.

Qui finisce la parte del combattimento, e inizia il film vero e proprio. Perché Orizzonti di gloria non è tanto un film sulla guerra, ma sui suoi presupposti e sulle sue conseguenze, sui diversi volti del militarismo, dall’ottusità cieca di Mireau, che non riesce a vedere una sconfitta annunciata, al cinismo di Broulard che ritiene che la fucilazione possa rialzare il morale degli uomini.

Nemmeno Dax in fondo si salva, perché non mette in discussione gli ordini ricevuti, pur comprendendone l’assurdità. Quello che interessa a Kubrick è mostrare come la guerra riesca a tirar fuori il peggio dagli esseri umani, esaltando la crudeltà, rovesciando ogni etica e premiando i vizi peggiori. E’ ben chiaro allo spettatore che la vigliaccheria non è dei soldati, ma dei comandanti, indaffarati a preparare a tavolino battaglie che non saranno loro a combattere, e pronti a punire nel modo più crudele errori che appartengono solo a loro.

La scena del processo è un capolavoro di apparenze, un gioco delle parti disgustoso, in cui ognuno interpreta il suo ruolo senza alcuna convinzione, tutti verso un verdetto già scritto, una (anzi, tre) morti annunciate. Da una parte un regolamento assurdo e odioso, creato solo per sostenere quel meccanismo orrendo e insensato che è la guerra, dall’altro lo strazio di chi deve accettare di morire senza una ragione, o comunque per le ragioni sbagliate.

Poi la notte in cella, tre uomini in attesa della morte, ingiusta più di ogni altra, inferta dai loro stessi compagni, non dal nemico, inutile per qualunque scopo, neppure come esempio alle truppe. Esempio poi di cosa? Di quanto sappia essere crudele l’uomo contro i suoi stessi simili, di come non sappia comprendere e tanto meno perdonare la più umana delle debolezze, la paura di morire.

E, crudeltà nella crudeltà, la fucilazione assurda del soldato ferito e portato in barella al luogo dell’esecuzione. Nessuna pietà, nessuna umana compassione. Neppure la figura del cappellano esprime una vera partecipazione al dramma di questi tre martiri, perché anche lui è funzionale al potere costituito, mentre pronuncia assurde parole di finto conforto, in cui è il primo a non credere.

Di contrasto, mentre nel buio della cella si compie in solitudine il dramma dei condannati, nel salone illuminato a festa risuona la musica su cui ballano gli ufficiali, a festeggiare non si capisce bene cosa. Quanta differenza tra lo sfarzo scintillante del salone e il fango della trincea… Poi, improvvisamente, a turbare l’equilibrio irrompe il colonnello Dax con la sua aggressività insolente, impugnando il coraggio della verità contro tutte le vigliaccherie dell’ipocrisia militare.

E qui lo scontro è epico. Da una parte l’irruenza di chi si è tenuto tutto dentro troppo a lungo, dall’altra chi ancora si arrampica sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile. Un lungo scambio di attacchi reciproci, da cui il colonnello Dax esce sicuramente vincitore, ma senza bottino. Se ne andrà a mani vuote, senza aver potuto impedire lo scempio dei suoi uomini.

Infine, con l’ultima indimenticabile scena, Kubrick manda finalmente un messaggio esplicito di pace, sulle note di una canzone nemica, cantata da una donna tedesca, evidentemente prigioniera. Prima il disprezzo dei soldati, le urla, lo scherno, e la paura di quella donna, straniera in terra straniera, costretta a cantare in un’osteria piena di soldati nemici. Per lei è un’umiliazione, una violenza quasi fisica.

Poi, lentamente, comincia a cantare, e la sua voce esitante trasmette ai soldati, e a noi che assistiamo, un’emozione altissima: pur non comprendendone le parole, si è certi che parla di amore. Anche i soldati ne comprendono il significato struggente e pian piano si uniscono al suo canto in un’unica voce. Il linguaggio universale della musica diventa simbolo di una possibile armonia tra tutti gli uomini.

Quasi impossibile non pensare ad un’altra canzone, ben diversa, con cui trent’anni dopo Kubrick avrebbe concluso un altro straordinario atto d’accusa contro la guerra: Full Metal Jacket. Ma mentre qui la musica apre la porta ad un barlume di speranza, trent’anni dopo la musichetta di Topolino, che accompagna la marcia dei soldati, sottolinea che alla follia della guerra non c’è rimedio.

La fucilazione

La scena finale

Trailer italiano (purtroppo d pessima qualità)

SPUNTI DI CINEMA: Grandi Classici

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

7 pensieri riguardo “Orizzonti di gloria (1957)”

  1. Quando passa in tv non me lo perdo mai, perché un buon film è come una bella musica, è un piacere che ogni volta si rinnova.
    Kubrick ha saputo tirare fuori il meglio da Kirk Douglas, qui superlativo. A proposito del suo personaggio, tu dici che nemmeno lui si salva perché non mette in discussione gli ordini ricevuti: ma puoi essere certa che, se ci avesse provato, avrebbe fatto la fine dei suoi tre soldati. A quei tempi era inconcepibile che un militare discutesse le decisioni dei suoi superiori.
    La ragazza tedesca è interpretata da Christiane Harlan, che avrebbe poi sposato Kubrick e sarebbe rimasta al suo fianco fino alla fine. Questa scena non è presente nel romanzo da cui è tratto il film.
    La canzone s’intitola Der treue Husar (L’ussaro fedele): il testo risale alla fine del ‘700 (una variante è inclusa nella raccolta Des Knaben Wunderhorn di Arnim e Brentano, del 1808), mentre la più antica versione nota della melodia è del 1816. Racconta la storia di un cavalleggero che si innamora, ricambiato, di una ragazza del suo paese, e «die Liebe nahm kein Ende mehr» (l’amore non ha mai fine); ma dopo un anno l’ussaro viene mandato in una terra lontana, durante la sua assenza la ragazza si ammala, e la malattia non ha mai fine: allora l’ussaro torna da lei, perché l’amore non ha mai fine; la giovane però muore, e per lui il dolore non ha mai fine.

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    1. Sempre cose interessanti arrivano da te! Grazie per le specifiche della canzone, senza sapere nulla si capiva però che doveva essere triste. Il fatto che sarebbe diventata la moglie di Kubrick lo sapevo. Sul discorso del personaggio di Douglas, è chiaro che non avrebbe potuto fare nulla,e già molto è quello che ha tentato. Quello che volevo dire è proprio che comunque il meccanismo della guerra stritola chiunque, anche i giusti. E’ un film terribile, ma bellissimo.

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      1. La sposa in nero è uno dei miei preferiti. Ricordo che lo vidi da ragazza e mi colpì tantissimo, poi, più avanti l’ho apprezzato dal punto di vista artistico. Anche “Effetto notte” è molto bello, è da lì che ho imparato a guardare i film in modo diverso, pensando ogni volta cosa c’è dietro ogni ripresa.

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