Happiness (1998)

Film caustico, sicuramente coraggioso e in parte sfrontato, che dipinge in maniera cinica e spietata la media borghesia americana, così impegnata nella ricerca affannosa della felicità da essere sempre più infelice e sola. Ed era il 1998, figuriamoci adesso.

Non è però un dramma, anzi, è più una commedia grottesca, in cui sofferenza e solitudine vengono raccontate con un’ironia beffarda, come quella del titolo. Questo film infatti parla di tutto fuorché di felicità, ma lo fa in modo da riuscire a farci sentire incredibilmente soddisfatti delle nostre vite, se rapportate a quelle dei protagonisti.

La storia ruota intorno a tre sorelle, tutte immancabilmente frustrate (anche se due di loro si ritengono realizzate), e al mondo apparentemente normale in cui si muovono, popolato da personaggi inquietanti e deviati, che combattono quotidianamente con una solitudine desolante e irrimediabile, in cui le pubbliche virtù sono bilanciate da innominabili vizi privati.

Joy, la sorella in apparenza più sfortunata, considerata una fallita anche dalle altre due, passa da una relazione all’altra, riuscendo tra l’altro a farsi sedurre e poi rapinare da un balordo; Trish, moglie e madre a prima vista realizzata, in realtà è sposata, senza saperlo, ad un pedofilo che di lavoro fa lo psicoterapeuta; Helen (una splendida quanto insopportabile Lara Flynn Boyle) è una scrittrice di successo, bellissima e corteggiatissima, tacitamente invidiata dalle sorelle, ma di fatto profondamente sola.

Attorno a loro gravita una serie di personaggi a dir poco singolari: Allen, un emarginato inibito e complessato, incapace di relazionarsi con l’altro sesso se non per telefono in forma anonima, Kristina, una vicina di casa che ha subito uno stupro e lo racconta al ristorante, tra una portata e l’altra, aggiungendo con disarmante sincerità di aver ucciso e fatto a pezzi lo stupratore, e Bill, il marito pedofilo di Trish, che approfitta di una serata in famiglia per molestare un amichetto del figlio, ospite per la notte.

Completano il quadro di desolante sconforto i genitori delle tre sorelle, che stanno per divorziare, ormai disillusi e incapaci di provare emozioni. Ma ci sono anche altri elementi di contatto tra i personaggi perché Allen, il maniaco telefonico, è segretamente innamorato di Helen, la sorella piena di spasimanti ma insoddisfatta, ed è anche in cura da Bill, che è sicuramente più disturbato di lui.

A dispetto del titolo quindi, il film parla di insoddisfazione e infelicità, ma lo fa con tono leggero, diluendo le situazioni più drammatiche con un umorismo nero che, se pure non fa mai ridere (perché ci si sentirebbe in colpa), impedisce però di piombare nella disperazione. In qualche modo ricorda l’Altman di America oggi, ma molto più ironico.

Emblematica la scena in cui Bill, dopo aver narcotizzato il resto della famiglia, si prepara ad abusare del piccolo ospite, agitandosi in modo così impacciato e goffo da risultare ridicolo, in netto contrasto con l’azione abietta che sta per compiere, e che il regista, per fortuna, ci risparmia. Apprenderemo successivamente quello che è successo, per le inevitabili conseguenze, e anche su queste il regista riesce a ironizzare.

Non è quindi un dramma, ma sicuramente neppure una commedia, almeno stando ai temi trattati e alle situazioni mostrate.

E’ un film duro e non facile, disturbante per il modo brutale con cui affronta certe tematiche, e volutamente provocatorio, quasi che il regista (qui anche sceneggiatore) volesse mettere lo spettatore di fronte ad una realtà che fatica ad accettare. Scomodo per come mostra cose in realtà normalissime, come la masturbazione, ma che al cinema non vengono (quasi) mai mostrate, e grottesco per come le fa diventare ridicole.

Può piacere o non piacere, ma va apprezzato, se non altro, per il coraggio dei dialoghi e per la rappresentazione cruda di certe situazioni, anche se questo è proprio l’aspetto che gli ha attirato più critiche.

Ma soprattutto va apprezzata l’interpretazione davvero superba degli attori, su tutti Seymour Hoffman,  in stato di grazia, nel ruolo del maniaco complessato, e un coraggioso e bravissimo Dylan Baker, nella parte dello psicoterapeuta pedofilo: credo che pochi avrebbero saputo affrontare con la stessa sensibilità il dialogo finale, nel quale spiega al figlio in lacrime la propria perversione, rispondendo alle sue domande incalzanti. E probabilmente pochi altri sceneggiatori avrebbero avuto l’ardire di scrivere un dialogo così sconvolgente.

Ha vinto il premio della stampa cinematografica al Festival di Cannes, più altri premi internazionali per la regia, la sceneggiatura, mentre a Dylan Baker e Seymour Hoffman è andato il riconoscimento come migliori attori. Ma il film è stato premiato anche per il miglior cast, e in effetti l’assortimento degli interpreti e l’interazione tra loro sono perfetti.

Complimenti a Fantasma nero, Alessandro Gianesini di World of Sphaera, paol1 di pianetaterra.casa e Claudio di Cap’s Blog che hanno indovinato.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

7 pensieri riguardo “Happiness (1998)”

  1. Philip Seymour Hoffman era in stato di grazia anche ne Il dubbio: se non l’hai visto, te lo consiglio caldamente. E lo stesso vale per un altro sottovalutato film uscito nel 1998, Inganno ad Atlantic City.

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