Rod Steiger, il cattivo più amato

1925 – 2002

Caratterizzato da una fisicità imponente e da uno stile recitativo talvolta sopra le righe, grazie alla sua intensità interpretativa, seppe imporsi in ruoli complessi e spesso tormentati. È stato uno dei grandi cattivi di Hollywood, poiché l’aspetto rude e la figura tarchiata lo portarono spesso a impersonare boss dispotici oppure duri avventurieri, ma all’occasione seppe destreggiarsi anche nella commedia. È tra i pochi artisti usciti dall’Actors Studio ad aver applicato alla perfezione il famoso metodo Stanislavskij, ma non sempre è riuscito a evitare una certa ridondanza interpretativa, che lo ha portato ad esagerare alcune caratterizzazioni.

Il suo vero nome era Rodney Stephen Steiger. Nasce a Westhampton (New York) il 14 aprile 1925, da una famiglia di religione luterana e di origini tedesche, scozzesi e francesi. La sua infanzia è segnata dal divorzio dei genitori e dall’alcolismo della madre. A sedici anni lascia la scuola e si arruola nella Marina Militare, dove rimane sino al 1945, partecipando a diverse campagne sul fronte del Pacifico. Tornato a New York, lavorò presso l’associazione reduci di guerra della Marina, frequentando nel frattempo vari corsi d’arte drammatica, fra cui quelli dell’Actors Studio. A partire dal 1946 recitò in teatro, e dall’anno successivo cominciò ad apparire in televisione, che non abbandonerà mai per il resto della carriera. Nettamente portato per i ruoli drammatici, dopo l’esordio del 1951 in una parte minore in Teresa di Fred Zinnemann, continua incessantemente a lavorare per il piccolo schermo, fin quando viene notato da Elia Kazan che lo chiama a Hollywood per affidargli il ruolo del fratello di Marlon Brando in Fronte del porto (1954): questa interpretazione gli consente di ottenere subito la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista, riconoscimento che gli spiana la strada verso le alte vette.

Ma la lavorazione del film non fu per lui un’esperienza piacevole: la maggior parte delle inquadrature di Steiger durante la famosa scena del taxi furono girate dopo che Marlon Brando se n’era andato. Brando aveva stipulato nel suo contratto la possibilità di terminare le riprese prima del consueto orario di chiusura, in modo da potersi recare alla sua seduta quotidiana con lo psichiatra. Steiger fu profondamente ferito e infastidito dalla maleducazione e dalla mancanza di cortesia di Brando nei suoi confronti, poiché era consuetudine, in una ripresa a due, che anche l’attore non inquadrato, che non ha battute, fosse comunque presente, per far sì che il collega avesse qualcuno che lo ascoltasse. Il regista sostituì Brando nel retro del taxi, in modo che Steiger avesse qualcuno a cui esprimere le proprie emozioni, ma di certo non fu la stessa cosa.

Da qui in poi, per tutti gli anni ’50 ottiene ruoli sempre più importanti e sempre in film di spessore, raggiungendo i maggiori traguardi espressivi nei ruoli più diversi: lo spietato produttore ne Il grande coltello (1955) di Robert Aldrich, l’inesorabile giudice in Corte marziale (1955) di Otto Preminger, il manager sportivo disonesto ne Il colosso d’argilla (1956) di Mark Robson, ma anche il sudista sconfitto che si schiera con gli indiani ne La tortura della freccia (1957) di Samuel Fuller. Delineò inoltre sinistri profili di criminali psicopatici in Lama alla gola (1958) e in Al Capone (1959). Soggiornò quindi per due anni in Italia, dove offrì prove notevoli ne Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi, dove è un odioso speculatore edilizio, e ne Gli indifferenti (1964) di Francesco Maselli, nella parte dell’ambiguo Leo; partecipò tra gli altri anche al film E venne un uomo (1965) di Ermanno Olmi, in qualità di narratore. Ma è in patria che raggiunse il culmine della carriera.

Nel 1964 ottenne un Orso d’argento al Festival di Berlino per la sua intensa interpretazione di un ebreo scampato alle torture naziste ne L’uomo del banco dei pegni, di Sidney Lumet, mentre nel 1968 gli venne conferito il premio Oscar come migliore attore protagonista per La calda notte dell’ispettore Tibbs, diretto da Norman Jewison. Alla cerimonia per l’Oscar, si ricorda la premiazione, quando trasalì al momento della vittoria, annunciata da Audrey Hepburn, perché non credeva di aver vinto, visto che aveva concorrenti più celebri di lui. Negli anni ’70 si concede ai film storici; dal perfetto Napoleone Bonaparte in Waterloo (1970) al somigliante Duce in Mussolini: Ultimo atto (1974) di Carlo Lizzani, a Ponzio Pilato in Gesù di Nazareth (1977) di Franco Zeffirelli.

Lavorò ancora nel cinema italiano, dove fu un bandito messicano, divenuto un eroe della rivoluzione, in Giù la testa (1971) di Sergio Leone, un boss mafioso in Lucky Luciano (1973) di Rosi. Famoso per l’enorme appetito, Steiger si ritrovò spesso sovrappeso ed era anche soggetto a periodi di profonda depressione. Nel 1978 venne colpito da una grave crisi depressiva e per otto anni si ritirò dalle scene a causa del male oscuro. In seguito si dedicò esclusivamente a film minori, ai quali dall’inizio degli anni ‘90 tornò talvolta ad alternare opere di qualità, come I protagonisti (1992) di Robert Altman, in cui interpretò se stesso, Mars attacks! (1996) di Tim Burton, Pazzi in Alabama (1999) di Antonio Banderas, e Hurricane Il grido dell’innocenza (1999) di Jewison. Nel 1999, nel ruolo di un prete, concede l’ultimo guizzo di grande carattere in Giorni contati, di Peter Hyams.

Sottoposto a interventi chirurgici a cuore aperto, portatore di bypass, malato di insufficienza renale, il 9 luglio 2002 muore per un attacco di broncopolmonite acuta. Sulla sua lapide ha voluto che fosse scritto semplicemente See you later, ovvero Arrivederci.
Sposato 5 volte con 4 divorzi: inizialmente con le attrici Sally Gracie e poi Claire Bloom, da cui ha avuto una figlia, Anne; quindi con Sherry Nelson, Paula Ellis, che gli ha dato un figlio, Michael, e infine con l’attrice televisiva Joan Benedict, alla quale è rimasto legato fino al giorno della morte.

 
«C’è uno stigma ingiustamente attribuito a chi soffre di depressione: il dolore non deve mai essere motivo di vergogna. Fa parte della vita. Fa parte dell’umanità»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – cinematografo.it – longtake.it – IMDb


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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

19 pensieri riguardo “Rod Steiger, il cattivo più amato”

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