Per i più giovani resterà per sempre il saggio professor Silente dei primi due film della saga di Harry Potter, ma chi ha qualche anno in più lo ricorda come un interprete di gran classe, ribelle nella vita come sullo schermo, che ha avuto una carriera prolifica, costellata di incredibili successi, e una vita irrequieta segnata da difficoltà personali e dall’amore per l’alcol, condiviso con altri illustri colleghi come Peter O’Toole e Richard Burton. La sua indiscussa bravura si è spesso scontrata sul set con una personalità complessa e contraddittoria. Occhi azzurro pallido, una voce ricca e morbida, dall’inconfondibile accento irlandese esibito con orgoglio, e una notevole presenza scenica unita a una grande professionalità, ne hanno fatto uno degli interpreti più richiesti dal cinema, nonostante il suo carattere difficile e tutt’altro che malleabile.

Richard John Francis Harris nasce a Limerick, in Irlanda, il primo ottobre 1930. Quinto di otto figli, cresce in una famiglia benestante, anche se non ricca, proprietaria di una fattoria, sviluppando così quell’amore per l’ambiente e per gli animali che conserverà nel corso della sua intera vita. Educato dai gesuiti, si mostra un talentuoso giocatore di rugby, ma la sua carriera sportiva si interrompe quando contrae la tubercolosi da adolescente. Dopo essersi ripreso dalla malattia, Harris si trasferì in Inghilterra, con l’idea di poter diventare regista. Non riuscì a trovare corsi di formazione adatti e si iscrisse alla London Academy of Music and Dramatic Art per imparare a recitare. Tuttavia non superò l’audizione alla Royal Academy of Dramatic Art e fu respinto dalla Central School of Speech and Drama, perché lo ritenevano troppo vecchio, nonostante avesse solo 24 anni. Dopo aver completato gli studi all’accademia, intraprese dapprima la carriera teatrale, recitando per diversi anni in teatro: trascorse poi quasi un decennio nell’anonimato, imparando la sua professione sui palchi di tutto il Regno Unito.

Debutta al cinema nel 1958, ma inizialmente appare in film di scarso rilievo. Il primo film importante che interpreta, sia pure in un ruolo ancora secondario è I cannoni di Navarone (1961), accanto a Gregory Peck, e subito dopo è il marinaio John Mills ne Gli ammutinati del Bounty (1962), accanto a Marlon Brando, di cui era grande ammiratore. Nonostante questo, sul set ebbe modo di litigare con l’attore americano, incolpandolo per lo sforamento del budget e dei tempi previsti del film, e pretese di avere il nome sulla locandina subito dopo Marlon Brando e Trevor Howard, che all’epoca erano molto più conosciuti di lui. L’anno dopo si affermò improvvisamente a livello internazionale con il dramma Io sono un campione, in cui il suo volto spigoloso e i modi aspri e sprezzanti si rivelarono perfetti per interpretare Frank Machin, un atletico minatore che diventa un asso del rugby, senza tuttavia riuscire a integrarsi nella società.

Per questo ruolo vinse il premio per la migliore interpretazione al Festival di Cannes e ottenne una nomination all’Oscar. Dopo la parentesi italiana di Deserto rosso (1964) di Michelangelo Antonioni, in cui interpretò il primo personaggio ‘borghese’ della sua carriera, tornò a Hollywood dove impersonò il capitano sudista in Sierra Charriba (1965), western violento e sanguinario di Sam Peckinpah. Nello stesso anno interpreta Gli eroi di Telemark, di Anthony Mann, in cui è un partigiano norvegese, mentre l’anno successivo è Caino ne La Bibbia, diretto da John Huston, poi agente dell’Interpol nella commedia gialla Caprice: la cenere che scotta (1967), film che odiò talmente tanto da non volerlo mai vedere. Una volta, in procinto di partire con l’aereo, si accorse che il film sarebbe stato proiettato durante il volo, e scese immediatamente dall’apparecchio.

Successivamente interpretò re Artù nel musical Camelot (1967), dove ebbe modo di mostrare anche le sue doti canore, e poi Cromwell nel kolossal omonimo del 1970. Già allora aveva una particolare predilezione per le figure di potere, che lo hanno sempre affascinato. Nello stesso anno fornì un’interpretazione di grande efficacia nella parte del poliziotto infiltrato fra i minatori in rivolta, nel film I cospiratori, di Martin Ritt, e riscosse un enorme successo internazionale con Un uomo chiamato cavallo, western revisionista in cui era un nobile inglese che, dopo essere stato catturato da una tribù Sioux, ne diventa il capo, guidandola poi all’assalto dei nemici. Convincente fu anche la sua interpretazione dell’eroico capo carovana del western Uomo bianco, va’ col tuo Dio (1971), così come risultò efficace in Juggernaut (1974), in cui è un artificiere che disinnesca gli ordigni piazzati da un folle su un transatlantico.

Nel 1976 decise di produrre e interpretare il seguito del successo del 1970, La vendetta dell’uomo chiamato cavallo, fu Riccardo Cuor di Leone nella rivisitazione del mito di Robin Hood, Robin e Marian, di Richard Lester, con Sean Connery e Audrey Hepburn, e fece parte del cast del kolossal catastrofico Cassandra Crossing. La sua carriera proseguì con discreta fortuna nell’ambito del cinema di intrattenimento commerciale: fu lo spericolato pescatore ne L’orca assassina (1977) di Michael Anderson, uno dei mercenari dello spettacolare film d’azione I quattro dell’oca selvaggia (1978), quindi il padre di Jane in Tarzan, l’uomo scimmia (1981) di John Derek. Nel 1983 tornò a interpretare il suo personaggio di maggior successo, John Morgan, ma questa volta il film, Il trionfo dell’uomo chiamato cavallo, fu decisamente modesto.

Dopo un periodo di crisi che si protrasse per tutti gli anni ‘80, forse anche a causa della dipendenza da alcol, tornò alla ribalta con una prova eccellente nel ruolo di un ostinato contadino irlandese ne Il campo (1990), tragico dramma rurale di Jim Sheridan, per il quale Harris ottenne la sua seconda nomination all’Oscar. Nel 1992 appare nel thriller Giochi di potere, di Phillip Noyce, unico irlandese del cast oltre a Patrick Bergin, e interpreta un cacciatore di taglie per Clint Eastwood, nel suo capolavoro Gli spietati. E’ di questi anni la sua partecipazione alla serie televisiva Le storie della Bibbia: apre nel 1993, con una miniserie in due puntate dal titolo Abramo, e chiude nel 2000 con l’ultimo episodio, intitolato San Giovanni – L’Apocalisse.

Negli ultimi anni della sua carriera partecipò con ruoli di prestigio a grandi successi internazionali come Il senso di Smilla per la neve (1997), Il gladiatore (2000), nel ruolo di Marco Aurelio, Montecristo (2002), nei panni consunti dell’abate Faria, e infine nel ruolo che accettò con riluttanza, il saggio Albus Silente di Harry Potter. A proposito di quest’ultimo, Harris non avrebbe voluto interpretarlo, perché essendo malato terminale, colpito dal linfoma di Hodgkin, temeva che sarebbe stato ricordato solo per questa interpretazione, cancellando tutto quello che aveva fatto in precedenza. Alla fine accettò grazie alla nipote undicenne, che lo minacciò di non rivolgergli più la parola se non avesse interpretato Silente. Portate a termine le riprese del secondo capitolo della saga, Richard Harris scompare all’età di 72 anni, il 25 ottobre 2002.

E’ stato sposato due volte. Dalla prima moglie, l’attrice Elizabeth Reese-Williams ha avuto tre figli, che hanno seguito le orme paterne: Damian, che è regista, e gli attori Jared e Jamie Harris.
Durante la sua carriera mantenne sempre uno stile di vita sregolato, dedito ad alcol e droghe: si disintossicò dalla droga nel 1978, dopo aver rischiato un’overdose, e diventò astemio nel 1981, più o meno quando l’amico e compagno di bevute Peter O’Toole dovette smettere di bere per motivi di salute. Si racconta che una volta smesso di bere, Harris tenesse una bottiglia di vodka in ogni stanza della sua casa di Londra, per mettere alla prova la sua forza di volontà.

«Non ho mai bevuto perché avevo problemi da cui fuggire; ho bevuto perché amavo bere ed essere ebbro»
FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – IMDb
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Lo ricordo soprattutto per L’orca assassina.
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Buongiorno 1 Non bevo alcool perché non ho problemi, non bevo perché amo essere sobrio e tendenzialmente lucido
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Buongiorno. Bravo, continua così.
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ho visto un uomo chiamato cavallo da bambnino al cinema
un film che mi ha impressionatoe che ricordo ancora
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Io l’ho visto in tv, ma mi ha impressionato lo stesso.
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per l’epoca è stato un film di denuncia. come il piccolo grande uomo con dustin hoffman
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Infatti
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Per me è l’indimenticabile protagonista di “Un uomo chiamato cavallo”.
Sempre interessanti i tuoi articoli Raffa, grazie e buona giornata 🤗
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Anche io lo ricordo per il suo personaggio. Grazie per il passaggio, buona giornata 🤗
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Io ho avuta una ava alcolista irriducibile. Suo marito, benestante proprietario terriero, disperato per non riuscire a distoglierla dall’alcool, durante una vendemmia disse agli addetti alla pigiatura delle uve, allora fatta calpestandole a piedi nudi entro appositi tini, di alternare il loro lavoro con camminamenti, sempre a piedi nudi, per l’aia, incuranti di ciò che calpestavano. Naturalmente era presente la moglie. “Guarda, guarda”, le diceva il marito, “calpestano di tutto e poi pigiano; e le mosche?, sono dappertutto, si poggiano su tutto! Ti rendi conto cosa bevi?”. E la moglie, serafica, “Ogni fegatino di mosca è sostanza!”. In vecchiaia, non più autonoma a disporre di sé, si munì di un grosso bastone di appoggio dall’interno cavo, che, con la complicità di una cameriera, veniva riempito di vino e il pomello, cavo anche lui, faceva da tappo, avvitato, e da bicchiere, da cui beveva quando non visita.
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Però è arrivata alla vecchiaia, nonostante tutto. Comunque è una lotta durissima se chi beve non vuole smettere, è quasi impossibile aiutarli.
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Bè, era l’ 800 più che il 900, quando Edmondo De Amicis scriveva:
‘Non sempre il tempo la beltà cancella
O la sfioran le lacrime e gli affanni;
Mia madre ha stessant’anni,
E più la guardo e più mi sembra bella.”
Oggi si scriverebbe: “… mia madre ha ottant’anni e …”
🙃
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Grazie per aver condiviso tutte queste interessanti riflessioni!
Ho visto parecchi dei film che hai citato, e l’ho sempre apprezzato molto
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🌺🌸🌺
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Grande attore
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