David Lynch, il poeta surreale

Indubbiamente uno dei registi più innovativi del cinema contemporaneo: i suoi film sono sempre caratterizzati da aspetti misteriosi, difficili da decifrare, frutto di una ricerca continua sul potere evocativo delle immagini. Oltre che regista è stato anche pittore e vignettista, ha realizzato spot pubblicitari, documentari, video e spettacoli multimediali; un vero artista multiforme, che ha occupato un posto particolare nel cinema statunitense per la sua capacità di andare oltre l’apparenza delle cose e di scrutare l’animo umano nei suoi più profondi meandri.

David Keith Lynch era nato a Missoula, nel Montana, il 20 gennaio 1946. Poiché il padre svolgeva attività di ricercatore per il Ministero dell’agricoltura, trascorse l’infanzia spostandosi in varie località di montagna degli Stati Uniti. Interessatosi alla pittura sin dagli anni del liceo, iniziò a frequentare istituti d’arte e a realizzare i primi dipinti. Sul finire degli anni Sessanta si trasferì a Philadelphia e si iscrisse alla Pennsylvania Academy of Fine Arts, impegnandosi in lavori saltuari per pagarsi gli studi. Influenzata dalla lezione di Francis Bacon ed Edward Hopper, la sua pittura cominciò a evolversi e Lynch sviluppò l’idea di creare delle pitture in movimento. Da questa ricerca ebbe origine Six figures (1967), un breve film della durata di un minuto che, proiettato in loop su una scultura composta da sei teste, creava l’effetto di animare le membra umane scolpite.

Grazie a questo primo cortometraggio ottenne dei finanziamenti e cominciò a lavorare sulle potenzialità dell’immagine in movimento. Nel 1968 realizzò così The alphabet, cortometraggio che univa animazione e riprese dal vero, e nel 1970 The Grandmother, opere entrambe caratterizzate da una crescente complessità strutturale e narrativa. Sin dai primi lavori, Lynch mostrò infatti un’attenzione particolare per il cinema come luogo di sperimentazione di forme in movimento. Nel 1970 si trasferì a Los Angeles dove seguì i corsi del Center for Advanced Film Studies.

Fu qui che, dopo cinque anni di lavoro e numerose difficoltà produttive, portò a termine il suo primo lungometraggio quasi completamente autoprodotto, Eraserhead – La mente che cancella, che, sebbene rifiutato dai grandi festival, riuscì a imporlo all’attenzione, divenendo in breve tempo un vero cult movie. Nero e visionario, silenzioso e angosciante, Eraserhead rappresenta un esempio del cinema ‘paradossale’ di Lynch, costruito al di fuori degli schemi narrativi tradizionali. Il regista e produttore Mel Brooks, rimasto colpito da quest’opera, volle affidargli la regia di The elephant man (1980), la storia vera di un uomo affetto da una rara malattia che ne deturpava orribilmente il volto e il corpo, ambientata nella Londra vittoriana.

Il film fu un grande successo e ottenne otto nominations all’Oscar e vari premi in festival internazionali. Caratterizzato da una narrazione lineare e dalla presenza di attori prestigiosi, il film venne criticato dagli estimatori del regista come un cedimento alle leggi del mercato. In realtà tutto si può dire di quest’opera, tranne che fosse commerciale. Il successo del film spinse il produttore Dino De Laurentiis a contattare Lynch per dirigere un film tratto da un romanzo dello scrittore di fantascienza F. Herbert.

Dopo una lunga serie di vicissitudini produttive, Dune (1984) uscì sugli schermi di tutto il mondo, ma con numerosi tagli e rimaneggiamenti in fase di montaggio, e fu un insuccesso, in gran parte dovuto al prodotto finale lontano dalle intenzioni dell’autore. Pur trattandosi di un’opera ibrida, Dune mostra, però, ancora una volta l’attrazione di Lynch per il cinema come luogo di una visione alterata, in cui i corpi e gli sguardi subiscono continue e molteplici trasformazioni. Il film successivo è Velluto blu (1986), un viaggio noir all’interno degli orrori della middle-class americana, in cui l’inquietudine costante che lo domina viene costruita dal regista attraverso un linguaggio filmico innovativo. Quest’opera, che fece molto discutere all’epoca per una scena di nudo di Isabella Rossellini, allora compagna del regista, valse a Lynch la nomination all’Oscar per la regia.

Nel 1989 stravolse l’immaginario televisivo con la fortunata serie di Twin Peaks, dove il suo universo ambiguo e onirico carico di grande espressività, ricavò dalla collocazione televisiva una vera e propria forza esplosiva. Lynch ha scardinato i codici del serial televisivo, estendendo la durata della narrazione e permettendo alla vicenda di svilupparsi in molteplici direzioni, assumendo il ritmo di una deriva continua. Negli anni successivi il regista è tornato alle atmosfere e ai luoghi di Twin Peaks, realizzando Fuoco cammina con me (1992), un film sugli ultimi giorni della vita di Laura Palmer (il serial iniziava con la scoperta del suo cadavere), la cui complessità narrativa e la cui oscurità hanno sconcertato i fan della serie televisiva, dimostrando però ancora una volta la capacità di Lynch di utilizzare il cinema come dispositivo in grado di destrutturare i codici e le forme preesistenti. In questo caso, infatti, anziché sfruttare commercialmente il successo del serial, il regista ha utilizzato la struttura narrativa per sperimentare le diverse possibilità temporali offerte dal cinema.

La consacrazione internazionale è arrivata con Cuore selvaggio (1990), basato su un romanzo di Barry Gifford, che gli valse la Palma d’oro al Festival di Cannes. Il film mette in scena il mondo visto dai due protagonisti, Sailor e Lula, in perenne fuga da una costa all’altra degli Stati Uniti. Lo sguardo deformante della macchina da presa lascia emergere un mondo fiabesco e crudele al tempo stesso, che scorre al ritmo frenetico del montaggio e della musica di Angelo Badalamenti, diventato uno dei collaboratori fissi di Lynch, a partire da Velluto blu.

La sua ricerca è proseguita con i successivi Strade perdute (1996), che non incontrò il favore del pubblico, e Mulholland Drive (2001), che gli valse la Palma d’oro per la miglior regia a Cannes e la nomination all’Oscar nella stessa categoria. In mezzo, nel 1999, Lynch firma Una storia vera, in cui ha abbandonato gli incubi e le ossessioni abituali per realizzare un’insolita e radiosa opera on the road. In anni più recenti ha girato alcuni cortometraggi, tra i quali Darkened room (2002), Boat (2007), Lady Blue Shangai (2010) e The 3 Rs (2011) e serie televisive quali Wheater report (2005-21). Nel 2011 ha esordito nel campo musicale pubblicando l’album Crazy clown time, cui nel 2013 ha fatto seguito The big dream. Nel 2017 ha diretto il sequel di Twin Peaks e gli è stato assegnato il Premio alla carriera alla Festa del Cinema di Roma, mentre è del 2019 il conferimento dell’Oscar alla carriera.

Nell’agosto 2024, nel corso di un’intervista, ha annunciato di aver iniziato a soffrire di enfisema a causa del fumo di cui ha fatto abuso da quando aveva otto anni. Negli ultimi mesi, la malattia lo aveva costretto a casa e a fare affidamento sull’ossigeno supplementare. David Lynch se n’è andato per un arresto cardiaco, il 16 gennaio 2025, poco prima di compiere 79 anni, mentre si trovava in casa della figlia Jennifer. È stato cremato e i suoi resti sono stati sepolti all’Hollywood Forever Cemetery.

Il regista era stato sposato quattro volte: con Peggy Reavey dal 1967 al 1974, da cui ha avuto una figlia, Jennifer. Nel 1977 ha sposato Mary Fisk e la coppia ha avuto un figlio, Austin Jack. Si sono separati nel 1985 e hanno ufficialmente divorziato nel 1987. Tra il 1986 e il 1991 ha avuto una relazione con Isabella Rossellini. Nel maggio del 2006 ha sposato la sua assistente al montaggio, Mary Sweeney, con cui aveva avuto un figlio, Riley, ma ha divorziato il mese successivo. Tre anni dopo ha sposato Emily Stofle e hanno avuto una figlia, Lula Boginia. Nel 2023 la Stofle ha chiesto il divorzio e nel dicembre 2024 era stato trovato l’accordo, ma non è stato finalizzato a causa della morte di Lynch.

«Mi piace tutto ciò che appare misterioso e inquietante, perché esplorando quei misteri si trova, a volte, la vera poesia»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – wikipedia


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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

29 pensieri riguardo “David Lynch, il poeta surreale”

  1. Ciao Raffa. Gli unici lavori di Lynch che ho visto sono The Elephant man e Dune. Mi sono piaciuti entrambi, ma non sono riuscita vedere altro perché le atmosfere che crea per me sono troppo oniriche e io ho già tanti problemi col mondo dei sogni.

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