Rex Harrison, ironia ed eleganza

1908 – 1990

Occhi chiari, volto allungato, alto ed elegante, rappresentò il tipo del gentleman inglese, raffinato e amabile, anche se distaccato, rivelandosi particolarmente adatto alla commedia, grazie al suo stile compassato e alla capacità di saper mutare registro e intonazioni. Continuò per tutta la vita ad alternare l’attività teatrale a quella cinematografica e il suo umorismo, sofisticato e spassoso, con il trascorrere degli anni acquisì toni sempre più ironici.  

Il suo vero nome era Reginald Carey Harrison, ed era nato a Huyton (Lancashire) il 5 marzo 1908. La sua famiglia, di media estrazione sociale, si trasferì nel Derbyshire e Reginald, ancora ragazzo, frequentò il Liverpool College appassionandosi subito al teatro. Abbandonò gli studi per la Liverpool Playhouse dove, dal 1924 al 1927, recitò il teatro di repertorio acquisendo un’esperienza che si rivelò fondamentale; nel 1930 debuttò all’Everyman Theatre di Londra e cominciò a lavorare nel cinema, ottenendo piccoli ruoli.

Nel 1936 stipula un contratto con la London Films di Alexander Korda che gli permetteva di continuare l’attività teatrale; in seguito si trasferisce in America, dove si mette in luce attraverso il palcoscenico di Broadway, prima di passare a Hollywood su ingaggio della MGM, che gli offrì un contratto e un ruolo nel dramma La cittadella di King Vidor. Prima di arruolarsi nella Royal Air Force, che servì dal 1942 al 1945, lavorò in Night train to Munich (1940) di Carol Reed e ne Il maggiore Barbara di Gabriel Pascal, mentre al termine della Seconda guerra mondiale fu tra gli interpreti di Spirito allegro, di David Lean, considerato uno dei film più innovativi di quegli anni.

Dotato di un humour sottile, divenne l’interprete ideale della commedia britannica, grazie al suo stile ironico e sofisticato. Alla fine della guerra, stipulò un vantaggioso contratto di sette anni con la 20th Century-Fox che gli lasciava l’opportunità di lavorare in Gran Bretagna per sei mesi l’anno. Durante questo periodo interpretò il sovrano siamese in Anna e il re del Siam (1946), di John Cromwell, e recitò nel melodramma gotico Il fantasma e la signora Muir (1947) di Joseph L. Mankiewicz, nel ruolo romantico del fantasma di un capitano di mare che s’innamora di una giovane vedova; fu poi protagonista della commedia sofisticata Infedelmente tua (1948) di Preston Sturges.

Durante la lavorazione di quest’ultimo film, fu coinvolto in uno scandalo a causa della sua relazione extraconiugale con l’attrice Carole Landis, che si suicidò, pare, dopo il rifiuto da parte di Harrison di lasciare la moglie Lilli Palmer: la cattiva pubblicità derivatagli dall’episodio lo allontanò temporaneamente da Hollywood, ma continuò a lavorare in teatro e per registi inglesi. In teatro, nel 1951, rifiuta il ruolo nel musical Il re e io, sostituito da Yul Brynner, che sarà poi interprete anche nella trasposizione cinematografica del 1956.

Rientrato a Hollywood, che come si sa dimentica in fretta, nel 1958 recitò in Come sposare una figlia, di Vincente Minnelli, una commedia che metteva a confronto la società americana e quella inglese, e poi in Merletto di mezzanotte (1960), che gli permise di mettersi in luce in un ruolo drammatico e ambiguo, e ancora in Cleopatra (1963) di Mankiewicz, che gli offrì l’opportunità di dominare la scena con una magistrale interpretazione di Giulio Cesare.

In quegli anni Harrison raggiunse la maturità artistica: dopo My Fair Lady, che nel 1964 gli valse il premio Oscar come miglior attore protagonista, confermò le sue doti drammatiche ne Il tormento e l’estasi (1965) di Carol Reed e in Masquerade (1967) di J.L. Mankiewicz. Torna alla commedia quello stesso anno con Il favoloso dottor Doolittle e ha un’altra buona occasione con Quei due (1969) di Stanley Donen, una commedia sulle nevrosi da convivenza di una coppia omosessuale legata da molti anni.

Negli anni ‘70 Harrison intensificò l’attività teatrale limitandosi a recitare nel cinema soltanto in ruoli secondari oppure a lavorare per la televisione. Nel 1979 pubblicò una raccolta di poesie, If love be love, e nel 1985 un’autobiografia, Rex. Di carattere difficile e molto permaloso, sul set era abituato a dettar legge; gli attori, anche affermati, che lo affiancavano dovevano subire le sue continue ingerenze.

Non aveva rapporti cordiali neppure con i suoi ammiratori, che spesso attendevano ore sotto la pioggia o il sole battente soltanto per farsi firmare un autografo, invito che lui puntualmente rifiutava, senza neppure degnarsi di parlare, ma limitandosi a mormorii, accompagnati da frasi sprezzanti. È il solo emerito personaggio inglese ad essere stato nominato Sir dalla regina Elisabetta II, malgrado la ferrea regola che impediva tale nomina a coloro che si erano sposati più volte e avevano vissuto all’estero. Harrison, infatti, si è sposato sei volte con quattro divorzi, e ha avuto due figli da due mogli diverse.

Muore di cancro al pancreas a 82 anni, il 2 giugno 1990. Cremato, per sua volontà le ceneri furono disperse al vento dal promontorio che si affaccia sulla piazzetta di Portofino, in Liguria.  Harrison era particolarmente legato alla cittadina ligure: vi aveva vissuto per cinque anni con la seconda moglie, Lilli Palmer, in una meravigliosa villa che aveva fatto costruire sopra l’albergo Splendido; a Portofino andò a festeggiare dopo aver vinto l’Oscar per My fair lady, e sempre lì fu protagonista di una fuga d’amore di 10 giorni con Kay Kendall, quella che sarebbe diventata la sua terza moglie.


«L’importante è imparare attraverso l’esperienza: più reciti e più impari. Non credo che nessuno possa insegnare recitazione da una cattedra»


FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – cinekolossal


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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

13 pensieri riguardo “Rex Harrison, ironia ed eleganza”

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