Peter O’Toole, un talento non convenzionale

Peter Seamus O’Toole nasce a Connemara, nella contea di Galway, in Irlanda, il 2 agosto 1932. Proveniente da una famiglia di origini modeste, crebbe in simbiosi con il padre, un allibratore di corse automobilistiche. Abbandonata la scuola a quattordici anni, lavorò per quattro anni allo Yorkshire Evening News, avvicinandosi alla professione di giornalista. Arruolatosi nel 1950 nella Marina britannica, decise di dedicarsi al teatro dopo avere assistito a un Re Lear interpretato da Michael Redgrave. Trasferitosi a Londra, decise di frequentare tra il 1952 e il 1954 la prestigiosa Royal Academy of Dramatic Art, dove si trovò insieme ad Alan Bates, Albert Finney e Richard Harris, esordendo in quel periodo sul palcoscenico del Bristol Old Vic.

Il suo talento andò affinandosi sulle scene teatrali in più di sessanta recite, per lo più di opere shakespeariane. In quel periodo fu notato da Nicholas Ray che gli affidò un piccolo ruolo in Ombre bianche, del 1960. Nello stesso anno recita in altri due film, Il ragazzo rapito e Furto alla banca d’Inghilterra, ma raggiunge la fama internazionale solo due anni dopo con Lawrence d’Arabia, per cui fu preferito ad Albert Finney e Marlon Brando, e che lo fece diventare improvvisamente un divo. Il fascino ambiguo del personaggio è sottolineato dal suo forte magnetismo e dal suo sguardo limpido e fin troppo trasparente.  Conquista la sua prima nomination agli Oscar come miglior attore protagonista, soffiatogli però da Gregory Peck per Il buio oltre la siepe. È la prima delle 8 nomination conquistate nella sua vita.

Si consolerà con mille altre proposte di lavoro: affiancherà prima James Mason in Lord Jim, nel 1964, e poi Gino Cervi e Richard Burton nel film storico Becket e il suo re, del 1964, per il quale guadagnerà una nuova candidatura all’Oscar, che finirà questa volta nelle mani di Rex Harrison per My Fair Lady. Dà prova del suo talento in ruoli sempre diversi tra loro, muovendosi con disinvoltura tra i generi, avvicinandosi anche alla commedia sofisticata con brillanti risultati.

E’ Clive Donner a chiamarlo per interpretare Ciao Pussycat, nel 1965, mentre l’anno successivo è a fianco di Audrey Hepburn nella commedia Come rubare un milione di dollari e vivere felici. Torna a ruoli drammatici nel 1967 con La notte dei generali e soprattutto con Il leone d’inverno, del 1968, opera che lo portò ad attingere al suo repertorio teatrale con risultati di altissimo livello. Terza candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista, soffiatogli questa volta da Cliff Robertson per I due mondi di Charlie.

Notevoli furono anche le caratterizzazioni del professore in Goodbye, Mr. Chips, nel 1969, e del folle lord nella commedia satirica La classe dirigente, del 1971. Candidato all’Oscar come miglior attore protagonista per entrambi i ruoli, di nuovo si vide portar via la statuetta, prima da John Wayne per Il Grinta, poi da Marlon Brando per Il padrino. Negli anni ’70 gli fu diagnosticato un cancro allo stomaco causato dall’abuso di alcool, e la sua salute ne condizionò la carriera, facendogli scegliere in quel periodo film non all’altezza della sua fama.

Dopo essere stato Tiberio nel colossal erotico Caligola, di Tinto Brass, torna a lasciare il segno con Professione pericolo, del 1981, che gli regala la sesta candidatura all’Oscar, sottrattogli questa volta da Robert De Niro per Toro scatenato. L’anno dopo tratteggia un eroe di cappa e spada sulla falsariga di Errol Flynn nel film L’ospite d’onore, ed è nuovamente omaggiato della candidatura agli Oscar. Ma nel 1983 la statuetta va a Ben Kingsley per Gandhi.

Dopo alcuni Sherlock Holmes televisivi interpreta uno strampalato biologo in Dr. Creator specialista in miracoli, del 1985, e torna al successo con il precettore inglese de L’ultimo imperatore, di Bernardo Bertolucci, per il quale vince il David di Donatello come miglior attore non protagonista. Negli anni ‘90, se si eccettua una parte nell’interessante Il ladro dell’arcobaleno, di Alejandro Jodorowsky, si è dedicato per lo più al teatro, ricevendo numerosi consensi, e ha ridotto le partecipazioni a opere cinematografiche. Nel 1997, torna al grande schermo in Favole, con Harvey Keitel, e dopo Molokai – The Story of Father Damien, del 1999, viene premiato con il Laurence Oliver Theatre Award alla carriera, seguito finalmente da un Oscar, anch’esso alla carriera, accettato controvoglia nel 2003.

Regala un cameo di lusso al discusso Troy, nel 2004, interpretando un commovente Priamo, e nel 2006 è protagonista di Venus, film inedito in Italia, che gli vale l’ottava candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista, ma la statuetta va a Forest Whitaker per L’ultimo re di Scozia. Nonostante l’età, si permette ancora di dare del filo da torcere a star del calibro di Rupert Everett, Michelle Pfeiffer e Robert De Niro nel film Stardust del 2007, pur non rinunciando al vizio del bere, come molti dei suoi compatrioti irlandesi.

Peter O’Toole ha folgorato letteralmente il pubblico di tutto il mondo con il suo sguardo pulito e magnetico, ma soprattutto con il suo talento non convenzionale. Ha saputo essere tragico e romantico insieme, valorizzando la sua bellezza con un’eleganza quasi femminile, arricchendo ogni sua interpretazione di una straordinaria ambiguità.

L’11 luglio 2012 l’attore irlandese ha annunciato il suo ritiro dalle scene. “È il momento di gettare la spugna, di ritirarmi dai set e dai palcoscenici. La passione se ne è andata e non tornerà”, ha scritto O’Toole in un comunicato ufficiale rilanciato dalla rivista People. Un anno dopo, il 14 dicembre 2013, l’attore muore a Londra, all’età di 81 anni.
Si era sposato con l’attrice gallese Siân Phillips nel 1959, ma aveva divorziato nel 1979. Da lei ha avuto due figlie, Kate e Patricia. Dopo il divorzio ha avuto una relazione con la modella Karen Brown, da cui è nato il figlio Locarn Patrick.


«Una volta mandai a pulire una giacca a cui tenevo molto, che aveva macchie davvero difficili da togliere. La lavanderia me la restituì con un biglietto appuntato sopra che diceva: ‘Siamo molto spiacenti di non aver potuto fare un lavoro perfetto’. Credo che si potrebbe scrivere sulla mia lapide: ce l’ho messa tutta, mi dispiace se non sono stato perfetto»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – mymovies.it

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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