La donna che visse due volte (1958)

Difficile parlare di un capolavoro come questo, uno dei film più complessi di Hitchcock, da sempre oggetto di studi e analisi approfondite da parte di chi se ne intende davvero. Mi infilo, in punta di piedi, dietro la folla di critici ed esperti che ne hanno parlato prima di me, esaltandone i pregi e mettendo anche in risalto qualche difetto veniale. Ne parlo da cinefila, come uno dei film che mi ha colpito di più per la vicenda, per le tecniche di ripresa, per l’interpretazione degli attori.

Parto dall’inizio, da quell’incipit angosciante con Scottie, il protagonista, appeso a una grondaia, che vede il collega poliziotto precipitare nel vuoto tentando di aiutarlo: una scena da brividi, che contiene già tutti gli elementi fondamentali per la vicenda, e spiega nello stesso tempo il titolo (che in originale è Vertigo, proprio in riferimento all’acrofobia del protagonista). La scena, in sé breve, fa da prologo alla vicenda vera e propria, che inizia subito dopo, quando Scottie, dimessosi in seguito all’incidente, viene incaricato da un vecchio amico di sorvegliare la moglie, che crede stia impazzendo e possa tentare di suicidarsi.

Pedinando la donna, l’ex poliziotto finirà per innamorarsene, ma non riuscirà ad impedire che si getti da un campanile, proprio a causa della sua acrofobia che non gli consente di inseguirla fino in cima. E qui finisce la prima parte del film, forse quella meno interessante, sicuramente la più rilassata, scandita da un ritmo lento e indolente, ma nello stesso tempo determinante per gettare le basi della storia d’amore tra i due protagonisti.

Poi un colpo di scena cambia completamente la prospettiva di tutta la vicenda, mentre il ritmo diventa sempre più martellante e trascinante, la storia si ingarbuglia, l’amore diventa ossessione morbosa e l’epilogo si trasforma in punizione crudele ad opera di un karma perverso che non perdona l’inganno. Chi voleva imbrogliare sarà imbrogliato, intrappolato e ingannato dai suoi stessi sensi di colpa, e da un intreccio di bugie da cui non può più liberarsi.

Uno dei film più romantici di Hitchcock, con scene di passione paragonabili forse a quelle di Io ti salverò, ma dotate di una maggiore intensità, che raggiunge l’apice nel pathos tragico del finale. Ma anche uno dei film più complicati e contorti sul piano psicanalitico: c’è il tema del doppio, della reincarnazione, c’è l’ombra dell’ultraterreno, ma c’è anche l’ossessione molto reale per l’altezza, la morbosità di un amore proibito e il fantasma dei sensi di colpa.

James Stewart si trova nella stessa condizione iniziale di impaccio fisico in cui si era trovato quattro anni prima ne La finestra sul cortile, ma la condizione che si evidenzia subito dopo, nella sua acrofobia, è decisamente più limitativa e terribile della sedia a rotelle; Kim Novak rappresenta invece la classica bionda hitchcockiana, ma risulta essere molto più inquietante e problematica di tutte le altre. Il regista britannico è sempre stato ossessionato dalla figura della bionda fredda e irraggiungibile, che qui trova nella bellezza glaciale di Kim Novak la sua massima rappresentazione.

Così Jimmy Stewart diventa l’alter ego del regista, mentre rincorre inutilmente la misteriosa Madeleine, riuscendo a raggiungerla una prima volta, salvo poi perderla, per ritrovarla inaspettatamente in seguito. Purtroppo per lui, gli sfuggirà ancora, questa volta definitivamente. Madeleine rappresenta dunque l’esemplificazione cinematografica dell’ossessione personale di Hitchcock, illustrata benissimo nell’enorme sofferenza che il protagonista prova per tutta la durata della pellicola. Viene spontaneo pensare che Psycho sia il suo film più angosciante ma, mentre in quella pellicola è presente un minimo di giustizia nel finale, qui non ve n’è traccia. Il lieto fine non esiste e non c’è giustizia.

Il film è tratto dal romanzo D’entre les morts di Pierre Boileau, a sua volta derivato da alcuni racconti di Edgar Allan Poe, da cui ricava il tema del doppio e l’ossessione di rivivere lo stesso amore in due donne diverse. Ma mentre nel libro il mistero resta insoluto fino alla fine, Hitchcock decide di rivelare in anticipo l’identità della seconda donna. In questo modo il regista rinuncia al fascino dell’enigma, guadagnando nell’approfondimento psicologico dei personaggi e nella tortuosità della trama.

Tutto contribuisce a raggiungere una carica emotiva di straordinaria efficacia: la scenografia è minuziosamente studiata per creare e amplificare l’effetto della vertigine, tra scogliere a picco sul mare e scale ripidissime, mentre le attese piene di mistero sono commentate da una musica intensa, opera di Bernard Herrmann, che insieme alla cornice surreale di una coloratissima San Francisco, costituisce gran parte del valore di questo capolavoro.

A livello registico, va detto che Hitchcock creò una ripresa particolare, che da allora prese il nome di “effetto Vertigo”, per poter rendere, a livello visivo, l’acrofobia che colpisce il protagonista: uno stratagemma semplice ma molto efficace, realizzato mediante una carrellata indietro e zoom in avanti, tale da provocare il senso di vertigine anche nello spettatore.

Ma Hitchcock non lascia al caso neppure i piccoli particolari che possono apparire insignificanti, e lo dimostra nelle scelte cromatiche degli abiti e delle scenografie. Il colore assume un ruolo dominante, con l’alternarsi continuo di rosso e verde. Verde è inizialmente il colore di Madeleine, dell’abito che indossa la prima volta che appare in scena, mentre il rosso viene associato a Scottie e alle sue paure.

Ma nel momento in cui i due personaggi cominceranno ad avvicinarsi tanto da innamorarsi l’uno dell’altro, avviene l’inversione della cromia. Dopo la morte di Madeleine, il verde ritorna dominante ma assume un valore spettrale e inquietante, diventa il colore dell’ignoto, mentre il rosso simboleggia l’amore che Scottie prova per la donna. Sul finale, come se il destino si divertisse a giocare con i due protagonisti, l’ultimo abito indossato dalla protagonista prima di cadere dal campanile non solo è nero, ma è stato scelto dallo stesso Scottie, quasi presagisse la conclusione della sua storia d’amore impossibile.

Hitchcock firma con questo film la sua pellicola più coraggiosa e rivoluzionaria, tanto che alla sua uscita, non riscosse molto successo al botteghino, forse perché era davvero troppo avanti per gli spettatori dell’epoca. Nemmeno i critici di allora riuscirono a carpirne l’essenza.

Per me rimane una delle più struggenti storie d’amore mai viste al cinema, avvolta da un’atmosfera onirica e nello stesso tempo dolorosamente reale, tanto che il finale lascia una sensazione di sofferenza quasi fisica. Una pellicola intramontabile, da vedere e rivedere, perché offre ogni volta la possibilità di cogliere nuovi aspetti e sfumature non notate in passato, proprio come avviene con le grandi opere d’arte.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

25 pensieri riguardo “La donna che visse due volte (1958)”

  1. che dirti hai rispolverato un filmone! ricordo che la prima volta che lo vidi davvero motli anni fa fui colpita dalle atmosfere che pervadono tutto il film, e cercavo di districarmi in una vicenda che poi semplice non è e mi piacque moltissimo! e poi io trovo che Kim Novak sia stata perfetta, una attrice che a me personalemnte piace molto e che tuttavia non è mai stata valorizzata come doveva! l’ho rivisto anni fa al cinema in una restrospettiva e devo dire che ancoraq resta davvero un bel film, ha perso poco del suo mordente ! bravissima ne hai fatto una ottima presentazione! buona giornata

    Piace a 1 persona

    1. Grazie a te, Matilde. Sono d’accordo anche sulla Novak che non è mai stata considerata alla pari di altre colleghe. Chissà, forse non è scesa a compromessi come altre…
      Buona giornata!

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