La donna dai tre volti (1957)

Riprendiamo le vecchie abitudini. Venerdì, film vintage. Quello che ho scelto oggi è un grande classico, che vidi tanti anni fa, quando ancora in televisione si poteva vedere, magari dopo la mezzanotte, cinema di qualità. Oggi, per fortuna, ci sono i DVD. Già dal titolo si capisce l’argomento di questo film, un tema che poi sarebbe diventato fonte quasi inesauribile per il cinema. L’approccio di questa pellicola, però, è diverso da altri dello stesso genere, sicuramente diversissimo da tutto il filone di film che hanno sfruttato e continuano a sfruttare l’aspetto più inquietante e orrorifico dello sdoppiamento di personalità. Qui l’approccio è strettamente psicoanalitico.

Il film prende spunto da una vicenda reale, il caso di Christine Seizmore, una semplice donna di provincia affetta da disturbo dissociativo della personalità, che la portava a presentare tre caratteri diversissimi in un corpo solo. Secondo quanto da lei stessa confessato agli psichiatri che hanno scritto i saggi, da cui poi è stata tratta la sceneggiatura, sviluppò in tutto ben ventisei personalità diverse nella sua vita, ma il film si ferma alle prime tre.

Una mite casalinga comincia ad avere crisi di amnesia durante le quali si manifesta un’altra sua personalità, quella di una femme fatale, spregiudicata seduttrice in cerca di avventure, e successivamente un’altra ancora, quella di una signora colta ed elegante, dall’eloquio forbito e raffinato. Il marito rimane chiaramente sconvolto da queste trasformazioni improvvise quanto radicali, e porta la moglie da uno psichiatra, sperando di comprendere i suoi comportamenti bizzarri e preoccupanti.

Lo psichiatra intravede un caso di conclamata schizofrenia, con ben tre personalità diverse: Eva White, la brava e anonima madre di famiglia, Eva Black, la disinibita mangiauomini, e una terza donna, Jane, molto raffinata, che sogna una vita del tutto diversa, giudica squallida la prima ma è del tutto indifferente alla seconda. Ci vorrà tutta l’abilità dell’analista per portare la donna alla propria liberazione e risolvere il caso.

Il problema forse sta proprio nel fatto che il film parte da una storia vera, per cui sembra quasi che all’inizio abbia la struttura di un documentario, con tanto di introduzione e voce narrante che illustra gli aspetti clinici della vicenda. Si perde così il senso più profondo della storia, quel disagio che la donna effettivamente prova per l’ambiente familiare in cui vive, che è la causa scatenante, se non remota, del suo dramma. Un po’ come in Io ti salverò di Hitchcock, anche qui la questione psicanalitica è trattata con superficialità, tirando fuori dal cilindro un trauma infantile (tanto per cambiare), e concludendo il tutto con un lieto fine a dir poco frettoloso. Se questo poteva essere giustificato nel film di Hitchcock, che era principalmente un giallo, lo è molto meno in questa pellicola, il cui scopo dichiarato era quello di illustrare uno sconvolgente caso psichiatrico, realmente verificatosi.

Inoltre, fatta salva l’eccezionale prova recitativa di Joan Woodward, i cambi di personalità sono troppo repentini per essere verosimili, e in alcuni momenti il passaggio da una personalità all’altra avviene in maniera quasi ridicola, per di più su invito dello psichiatra, che chiama per nome le tre donne, sollecitandole a rivelarsi.

Siamo comunque di fronte a un dramma interessante, che si segue con attenzione. Anche la rappresentazione del trauma infantile della protagonista mi sembra molto ben fatta, senza esagerata enfasi o inutili artifici. L’episodio fa comunque colpo sullo spettatore e sembra del tutto plausibile. Come pure è sicuramente tratto dalla storia vera il particolare insignificante della tazzina blu, che maschera il ricordo di ciò che è stato rimosso, proprio come spesso avviene nella realtà in casi simili.

Il film è chiaramente basato soprattutto sull’interpretazione della Woodward, giustamente premiata con l’Oscar (oltre al Golden Globe e al premio BAFTA), ma il truccatore lo avrebbe meritato ancora di più, solo che all’epoca non era previsto: la differenza fra l’aspetto dell’attrice nei panni della moglie scialba e appassita, e negli abiti sensuali e provocanti della seduttrice è quasi incredibile. La performance della Woodward, che allora aveva solo 27 anni, raggiunge vette altissime di coinvolgimento ed è in grado di rendere in maniera accurata le tre diverse personalità di Eva, ma andrebbe gustata in lingua originale per cogliere le differenze nell’impostazione vocale di ognuna delle tre diverse donne. L’interpretazione dell’attrice è basata infatti soprattutto sul cambio di timbro vocale per passare da una personalità all’altra. Ma anche gli atteggiamenti, e il modo di parlare e di muoversi, sorprendono lo spettatore, dandogli la sensazione di trovarsi effettivamente di fronte a tre donne diverse.

A Orson Wells fu offerto il ruolo dello psichiatra, ma Welles rifiutò perché impegnato nelle riprese de L’infernale Quinlan. Il ruolo fu poi rivestito da Lee J. Cobb, per una volta nella parte di un personaggio positivo. Wells, da parte sua, dichiarò che chiunque avesse interpretato il ruolo della protagonista avrebbe vinto l’Oscar e così fu per l’emergente Joan Woodward, che divenne subito una star.

Il marito della donna, infine, è interpretato da David Wayne, un attore di second’ordine, solitamente utilizzato nelle commedie sofisticate, ma forse perfetto proprio per questo: il personaggio, infatti, è scialbo e non molto sveglio, e non poteva essere interpretato da un attore troppo espressivo. Forse qualcuno lo ricorda nel ruolo del padre di Ellery Queen, nell’omonima serie televisiva.

Nel complesso è un film interessante e coinvolgente, soprattutto perché tratta un tema delicato e in fondo misterioso, anche se la regia, un po’ statica e concentrata sugli attori, tende a smorzare il ritmo, che appare in alcuni momenti un po’ troppo lento. Da vedere soprattutto per la prova intensa e sofferta della protagonista femminile, su cui tutto il film è interamente centrato.  

Una curiosità: la pratica sui diritti d’autore che la Seizmore cedette alla Fox, casa produttrice del film, per raccontare la sua storia, fu stampata in tre copie, e la donna  fu obbligata a firmare tre volte per ognuna delle sue diverse personalità.

SPUNTI DI CINEMA: Grandi Classici

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

18 pensieri riguardo “La donna dai tre volti (1957)”

  1. Stupendo questo post! È stato come vedere il film. 🙂
    La tematica è inquietante e intrigante allo stesso tempo. È interessante vedere come essa sia stata affrontata dai vari registi e sceneggiatori nel corso del tempo…

    Buona giornata. 😊

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  2. bellissimo questo film che fa parte della mia cineteca in lingua originale, perchè è verissimo quello che dici anche la voce l’inflessione addirittura l’accento si modificano in maniera da non essere riconoscibile, concordo in toto con la tua recensione! bellissima!

    Piace a 1 persona

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