Angoscia (1944)

Splendidamente girato in un bianco e nero tenebroso e ricco d’atmosfera, Angoscia raccoglie e sviluppa tutti i classici elementi visivi dei noir dell’epoca. Il film appare forse un po’ datato, inevitabilmente, ma il fascino rimane intatto.

La giovane e ingenua Paula, nipote di una famosa cantante lirica uccisa misteriosamente, incontra l’affascinante pianista Gregory e se ne innamora così tanto da sposarlo senza pensarci troppo; subito dopo la luna di miele, rimane perplessa quando il marito le propone di trasferirsi nella vecchia casa della zia di lei, ma accetta per amor suo.

Dopo un felice periodo iniziale qualcosa si incrina nel loro rapporto: succedono strane cose, inspiegabili sparizioni e misteriosi furti, al punto che il marito le proibisce di uscire di casa. La povera Paula, relegata tra le mura domestiche, comincia a notare strani rumori provenire dal piano superiore, che dovrebbe essere disabitato, e un continuo calo della luminosità delle lampade a gas; ma il marito sostiene che sono tutte idee sue, e lei finisce per credere di essere sull’orlo della pazzia.

Quando ormai è sul punto di farsi ricoverare in manicomio, con l’aiuto di un intelligente e affascinante detective, scoprirà la terribile verità, e avrà anche modo di prendersi una giusta rivincita, e forse di ricominciare una nuova vita con l’uomo giusto.

La regia è del grande George Cukor, che firma una pellicola annoverata dagli esperti in materia come una delle migliori del genere, nata dalla sapiente fusione di una storia d’amore, circondata di ambiguità, con atmosfere gotiche e un pizzico di mistero.

Il tutto interpretato magistralmente da due numeri uno del cinema: da una parte Ingrid Bergman, splendida, un po’ acerba forse, ma sublime nel rappresentare tutta l’ingenuità del suo personaggio e l’apparente follia che progressivamente ne spegne il sorriso radioso; dall’altra Charles Boyer, carismatico come sempre, affascinante come non mai, perverso e mefistofelico oltre ogni immaginazione. Persino alla fine, quando chiede perdono, sfodera una malvagità inarrivabile.

La Bergman vinse l’oscar, ma Boyer per certi versi è ancora più efficace. Da segnalare anche Angela Lansbury, qui giovanissima esordiente, nel ruolo non marginale della cameriera, e Joseph Cotten, cavaliere senza macchia e senza paura, che arriva al momento giusto. La regia di Cukor è aiutata da una fotografia favolosa, che riesce a trasformare una vecchia casa vittoriana in una spettrale dimora gotica. Questo è uno di quei film in cui il bianco e nero è fondamentale per la riuscita dell’effetto finale, impossibile da riprodurre a colori. La musica contribuisce poi a creare l’atmosfera giusta.

Qualche critico moderno ha fatto notare come il personaggio della Bergman sia un’offesa all’intelligenza, per la sua eccessiva ingenuità, per l’assenza totale di forza interiore e capacità di raziocinio, e per le ripetute scene isteriche accompagnate da piagnistei melodrammatici. Personalmente penso che la sceneggiatura contenga forse qualche debolezza, ma bisogna anche pensare che si parla degli anni ’40, e i personaggi femminili non brillavano certo per forza e carattere; basti pensare alla protagonista di Rebecca di Hitchcock, che era debole, apatica ed esageratamente insicura.

Il titolo originale, Gaslight, fa chiaramente riferimento alle lampade a gas, che hanno un ruolo importante nel film, mentre il titolo italiano, fortemente criticato e da alcuni ritenuto orrendo, in realtà rende molto bene l’atmosfera della vicenda; del resto penso che Lampada a gas non sarebbe suonato molto bene.

La cosa curiosa è che proprio da questo film trae origine il termine gaslighting che indica una forma di manipolazione psicologica con cui si induce qualcuno a dubitare di se stesso, della propria memoria o della propria capacità di discernimento, ad esempio spostando o nascondendo piccoli oggetti, in modo da far credere alla vittima di averli sottratti o spostati lei. Chi subisce questa vera e propria forma di violenza psicologica finisce per perdere fiducia nella proprie facoltà mentali, fino alla totale distruzione dell’autostima.

Nell’insieme un buon giallo, con una notevole suspense e spiegazione finale a sorpresa. Un film da rivedere per gli amanti del bianco e nero e dei grandi interpreti di una volta, sorvolando benignamente su qualche piccola ingenuità che, vista oggi, dopo tutto fa tenerezza.

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Trailer originale

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

1 commento su “Angoscia (1944)”

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