L’Asso nella manica (1951)

Voglio ricordare Kirk Douglas, scomparso l’altro ieri a 103 anni, con questo film che è una delle sue migliori prove di attore, anche se all’epoca non fu un successo al botteghino. E’ uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema, anche se non ebbe vita facile, per il crudo realismo degli argomenti trattati, e perché il regista, Billy Wilder, fu accusato di avere un atteggiamento cinico e fuorviante verso la stampa.

Il protagonista è sicuramente uno dei personaggi più spregevoli interpretati da Douglas, che supplicò fino alla fine il regista di ammorbidirlo, rendendolo più umano, ma Wilder, per fortuna nostra, non acconsentì. E il film ci ha sicuramente guadagnato.

In un piccolo paesino di provincia arriva un giornalista fallito in cerca di lavoro,  e sperando di farsi assumere dal giornale locale, promette un grande scoop. Lo trova casualmente in un povero diavolo rimasto intrappolato in una cava, che oltretutto si trova in un territorio sacro agli indiani.

I soccorsi tardano ad arrivare e il giornalista fa di tutto per rallentarli ulteriormente, allo scopo di sfruttare il più possibile la sua notizia da prima pagina. Mentre il luogo dell’incidente diventa meta di curiosi, attratti dalla possibilità di assistere ad una tragedia, il tempo scorre, e il giornalista instaura un dialogo con il poveretto nella cava, sempre allo scopo di scrivere un articolo per il giornale.

Cercherà anche di avvicinare la moglie del malcapitato, nella speranza di trovare una donna affranta e disperata; invece scopre una moglie ben poco preoccupata per la sorte del marito, da cui aveva già deciso di separarsi, ma interessata ai soldi che può ricavare dall’intera faccenda.

Non svelo il finale, nel caso qualcuno avesse voglia di ripescarlo nei meandri dell’etere, ma vi dico che è una storia senza vincitori, in cui ognuno pagherà per i propri errori. Forse per questo il film non ebbe successo, perché il pubblico si aspettava il lieto fine a cui Hollywood l’aveva abituato.

Tra l’altro la storia fa riferimento a un fatto realmente accaduto negli anni ’20, quando un uomo, alla ricerca di antiche tombe indiane, era rimasto intrappolato in una cavità sotterranea. La vicenda suscitò molto scalpore negli Stati Uniti, e forse farne un film non fu un’idea molto apprezzata. Il pubblico di allora non era pronto per i film-verità.

La pellicola andò talmente male al botteghino che fu ritirata dalla Paramount, come si faceva allora, e poi ridistribuita con un nuovo titolo, ma non ebbe miglior fortuna. In realtà era troppo in anticipo sui tempi, e sicuramente un atto d’accusa così esplicito contro la stampa non poteva aiutare ad avere buone recensioni: i giornali dell’epoca non mostrarono di apprezzarlo e lo stroncarono senza pietà.

Il finale della storia, così amaro, tragico e doloroso, sia pure animato da tutta una serie di colpi di scena, non poteva piacere al pubblico, che sicuramente usciva dal cinema portando con sé l’immagine di un totale fallimento.

Guardandolo oggi il film appare straordinariamente attuale, ed è senz’altro rivalutabile, non solo sul piano della qualità cinematografica, che non è mai stata messa in dubbio, ma soprattutto sul piano dei contenuti.

Douglas domina la scena per quasi tutto il film, realizzando una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Non c’è dubbio che l’attore abbia impersonato con rabbia e cattiveria il ruolo del reporter d’assalto, tanto che Samuel Fuller, che in gioventù era stato cronista, disse: “E’ il miglior ritratto di giornalista figlio di puttana mai apparso sullo schermo“. Infatti non vinse l’Oscar, neanche a dirlo. Con lui, che ha dato tanto al cinema, Hollywood è stata molto avara di riconoscimenti.

L’attore riesce ad interpretare tutte le sfumature del personaggio, dandogli inizialmente una spavalderia fredda e insensibile, con qualche piccola remora morale, che in seguito supera ampiamente, per poi lasciarlo ridiscendere sul finale nel vortice dei sensi di colpa, riacquistando tutta l’umanità perduta. Il finale d’altra parte è l’unica possibile conclusione di una catarsi che non può più riuscire a chi si è macchiato la coscienza in modo indelebile, troppo per essere cancellato.

Strano pensare che quest’uomo, descritto da chi lo ha conosciuto come gentile, onesto, leale e generoso, che durante l’epoca buia del Maccartismo si diede da fare per aiutare gli sceneggiatori colpiti da ingiustificato ostracismo, e che negli ultimi anni di vita si è impegnato su più fronti in iniziative umanitarie, sia diventato famoso per ruoli quasi sempre negativi, di canaglie, come si diceva allora, seduttori bugiardi e pistoleri alcolizzati. Ma forse anche in questo si misura la grandezza di un attore.

Concludo riportando le parole con cui lo stesso Douglas spiegò il proprio impegno in opere assistenziali:

“Qualche volta, quando ero piccolo e vivevamo vicino alla ferrovia di Amsterdam a New York non avevamo abbastanza cibo da mangiare, ma molto spesso capitava che qualche senzatetto bussasse alla nostra porta e mia madre trovava sempre qualcosa da donargli. Mi diceva ogni volta: ‘Devi sempre prenderti cura delle altre persone’. Questo insegnamento mi è rimasto dentro.”

SPUNTI DI CINEMA: Grandi Classici

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

10 pensieri riguardo “L’Asso nella manica (1951)”

      1. Vidi L’asso nella manica per la prima volta da bambino: il finale fu una vera e propria mazzata, non me l’aspettavo affatto; tutto sembrava procedere verso il lieto fine. Capisco che il pubblico americano l’abbia accolto male.
        Istintivamente l’associo a un altro film duro da trangugiare, di pochi anni posteriore, cioè Giorno maledetto di John Sturges. E poi, ovviamente, a Orizzonti di gloria, il più “duro” di tutti 🙂

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