1931 – 2026
Difficile dire quale dei tantissimi personaggi della sua filmografia sia il migliore, il più intenso, il più folle o il più contenuto. Nei quarant’anni della sua carriera ha offerto moltissime interpretazioni incisive ed energiche, spesso in ruoli secondari ma sempre di grande spessore, grazie a un volto particolarmente espressivo e alla capacità di imprimere un carattere eccessivo e smodato con un’interpretazione incredibilmente misurata. Nonostante alcuni dei suoi ruoli migliori e più celebri siano esagerati, la sua recitazione non è mai sopra le righe, non ha mai un accento di teatralità né un’ombra di vanitosa esibizione, confermando la sua natura di eccelso comprimario. Un volto che non ha bisogno di parlare, perché riesce comunque a imprimere la sua presenza, con un sorriso sornione nella commedia, o con uno sguardo malinconico nelle pellicole drammatiche.

Robert Duvall nasce a San Diego il 5 gennaio 1931, figlio di un ammiraglio della Marina statunitense. Fin da giovane si sente portato per la recitazione, perciò dopo il diploma si iscrive ai corsi di recitazione del Principia College di Elsah, nell’Illinois, dove si laurea nel 1953. Dopo due anni di servizio militare in Corea, dove ottiene anche una decorazione, nel 1955 si trasferisce a New York, dove studia alla Neighborhood Playhouse School of Theatre di New York City, sotto la guida dell’attore Sanford Meisner. Tra i compagni di corso ebbe James Caan, Dustin Hoffman e Gene Hackman, dividendo un appartamento con questi ultimi due. Inizia a lavorare a Broadway, ottenendo un primo successo nell’adattamento di Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller. L’esordio sul grande schermo avviene nel ruolo difficile di un minorato mentale ne Il buio oltre la siepe (1962), accanto a Gregory Peck, e curiosamente si ritroverà di nuovo accanto a lui in Capitan Newman (1963), sempre nel ruolo di un malato psichico.

Successivamente passa al piccolo schermo partecipando a varie serie televisive, tra cui Il virginiano (1963), Ai confini della realtà (1963), e Il fuggitivo (1963-1965). Duvall è ancora un attore poco conosciuto quando Arthur Penn lo inserisce nel cast de La caccia (1966) accanto a Robert Redford, Jane Fonda e Marlon Brando, ma il suo nome comincia pian piano a emergere: è accanto a Steve McQueen nel poliziesco Bullitt (1968), a Frank Sinatra in Inchiesta pericolosa (1968) e a John Wayne e Dennis Hopper ne Il Grinta (1969) di Henry Hathaway.
Ci vorrà Robert Altman per farlo diventare una stella quando lo chiamerà per il ruolo di un severo maggiore dell’esercito, oggetto di sberleffo da parte degli irriverenti commilitoni, in M*A*S*H (1970).

Nel 1971 è protagonista del profetico L’uomo che fuggì dal futuro diretto da George Lucas. Il primo ruolo da protagonista glielo aveva offerto Francis Ford Coppola in Non torno a casa stasera (1969), e colpito dal suo talento, gli offrirà poi il ruolo dell’avvocato Tom Hagen, ne Il padrino (1972). Quanto a presenza scenica dà del filo da torcere persino ad Al Pacino, tanto è vero che viene immediatamente nominato all’Oscar come miglior attore non protagonista. Il sodalizio con Coppola continuerà anche accanto all’amico Gene Hackman e ad Harrison Ford ne La conversazione (1974), e poi ne Il padrino – Parte II (1974). A proposito del terzo capitolo della saga del Padrino, nel 1990, Duvall si rifiutò di partecipare perché Al Pacino sarebbe stato pagato quattro volte più di lui, e non lo trovava giusto. “Il doppio sarebbe stato ragionevole, ma il quadruplo non era accettabile”. E non si può che concordare.

Ma soprattutto Coppola gli regalerà il suo ruolo più bello, quello del tenente colonnello Kilgore, che adora l’odore del napalm al mattino e attacca i vietnamiti al suono della wagneriana Cavalcata delle Valchirie: il film è Apocalypse Now (1979) e per la straordinaria performance Duvall si porta a casa un BAFTA e un Golden Globe come miglior attore non protagonista, ma non l’Oscar, che gli sfugge ancora una volta. Impossibile citare tutti i titoli che lo annoverano tra gli interpreti, ma alcuni vanno necessariamente ricordati.

Nel 1981 è accanto a Robert De Niro ne L’assoluzione, in cui disegna un poliziotto pieno di rimorsi, mentre due anni dopo vince finalmente l’Oscar con l’intensa interpretazione di un ex cantante country alcolizzato, che ritrova la forza di vivere grazie all’amore per una giovane vedova e suo figlio: il film è Un tenero ringraziamento, che fu premiato anche al festival di Cannes. Nel 1988 Dennis Hopper lo dirige in Colors, dove è un poliziotto vicino alla pensione che passa simbolicamente il testimone a Sean Penn, e quindi, in un certo senso, a una nuova generazione di attori. Nel 1993 si distingue in Un giorno di ordinaria follia, interpretando di nuovo un poliziotto alle soglie della pensione, stanco e oppresso da una moglie ansiosa, che cerca di fermare, ma anche di comprendere, l’escalation di violenza scatenata da un Michael Douglas ben oltre l’orlo di una crisi di nervi.

La sua migliore interpretazione negli anni ’90, Duvall l’ha offerta nel 1997 con L’apostolo, film da lui scritto, diretto e interpretato, un intenso ritratto di un predicatore della provincia statunitense, che gli è valso una nuova candidatura all’Oscar. Successivamente è tornato a recitare personaggi negativi in Conflitto d’interessi (1998) di Altman, ma soprattutto in A civil action (1998) dove disegna un avvocato freddo e arrogante che distrugge senza pietà un John Travolta illuso e idealista, convinto che la giustizia possa trionfare. All’inizio del nuovo millennio è stato tra i protagonisti di John Q (2001) di Nick Cassavetes, dove ha interpretato nuovamente il ruolo di un tenente di polizia comprensivo e accomodante.

Si fa dirigere anche da Kevin Costner in Terra di Confine (2003) per poi affiancare Eric Bana e Drew Barrymore ne Le regole del gioco (2007), Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg ne I padroni della notte e Vince Vaughn e Reese Witherspoon in Tutti insieme inevitabilmente (2008). Nel 2012 è diretto da Billy Bob Thornton in Jayne Mansfield’s car – L’ultimo desiderio, un originale dramma familiare, e sempre nello stesso anno aiuta Tom Cruise nel thriller Jack Reacher – La prova decisiva. Una delle sue ultime grandi interpretazioni risale al 2014, in The judge, dove disegna un vecchio giudice che deve affrontare un processo per omicidio, come imputato, e viene difeso dal figlio, interpretato da Robert Downey jr. L’ultimo film in cui compare sul grande schermo è I delitti di West Point (2022), accanto a Christian Bale.

Duvall si era sposato per la prima volta, la notte di Capodanno del 1964 con Barbara Benjamin, ma il matrimonio era durato solo 11 anni. Era poi convolato a nozze per altre due volte, restando sposato quattro anni con l’attrice Gail Youngs e cinque con Sharon Brophy, ma dopo che entrambe le unioni erano finite con un divorzio, aveva deciso per una semplice convivenza con l’attrice e regista Luciana Pedraza, di 42 anni più giovane di lui. Inaspettatamente, dopo 7 anni di unione, i due si erano sposati nel 2005 e sono rimasti insieme fino alla morte dell’attore, avvenuta il 15 febbraio 2026, a 95 anni.

«In questo mestiere devi provare un po’ di empatia per ogni personaggio che interpreti, anche quelli che non ti piacciono. Soprattutto per quelli che non ti piacciono»
FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – mymovies
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Buongiorno 2 molto empatico
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Buongiorno
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Un bravo e intenso caratterista, o forse è stato anche qualcosa di più. Molto calzante i suoi ruoli da antagonista e’ la frase che gli è stata attribuita.
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Ne ha fatti lui di ruoli “sgradevoli”, perciò deve aver imparato a conviverci per forza.
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Gesù avevo dimenticato Un giorno di Oerdinaria Follia – forse perchè lì eclissato da MD
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Lì Michael mette in ombra chiunque altro.
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Bella la citazione finale. Grazie per questa biografia. Mi è rimasto impresso soprattutto per Un giorno di ordinaria follia. Per il piccolo ruolo nel Buio oltre la siepe, devo dire che per l’epoca fu un personaggio trattato dignitosamente per essere neurodivergente.
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All’epoca si faceva di tutta un’erba un fascio. Ho usato l’espressione minorato mentale, che è bruttissima, perché allora si diceva così. Solo il fatto che non parlasse lo faceva ritenere un “mostro”, ricordo i bambini che ne avevano paura. In realtà dimostra di essere di animo buono e di comprendere molto più di altri.
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Ho compreso la contestualizzazione dell’espressione, non mi sono sentito offeso, hai fatto un lavoro bellissimo ^_^
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Grazie per aver capito.
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UnnGrandissimo a mio parere.
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Charlie don’t surf … memorabile!
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Un attore davvero bravo, ho visto diversi film che hai menzionato dove lui recitava alcuni sono molto noti e sarebbe il massimo se non avessi visto neppure quelli. Bella la citazione e credo che con tutti i ruoli che ha interpretato sia più che mai cucita bene su di lui. Buona serata Raffa e complimenti come sempre 🥀🥀🥀
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Un attore che ho visto spesso
Continuo a credere che una gran carriera in secondo piano sia un’ottima condizione
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