A casa dopo l’uragano (1960)

Dramma familiare dalle tinte forti, ma dai toni mai troppo enfatici, imponente nelle caratterizzazioni e torrido nelle tematiche. Un enorme vaso di Pandora pieno di vizi, segreti, passioni e rabbia, ma anche uno straordinario racconto di formazione. La storia è un classico melodramma in stile vecchia Hollywood, rinnovato nello stile dallo splendido Technicolor di Vincente Minnelli.

Siamo nel profondo sud degli Stati Uniti, negli anni ’50: il capitano Hunnicutt, signorotto di provincia, spadroneggia nella sua cittadina, dove tra l’altro è rinomato come dongiovanni impenitente. La cosa, tollerata per amor di pace dalla moglie, rende invece furioso il figlio, che non gli perdona in particolare di non aver mai riconosciuto un figlio illegittimo, nato prima di lui da una relazione precedente al matrimonio. Quando il padre viene ucciso da un uomo, per vendicare l’onore della figlia che ritiene sedotta, i due fratellastri si uniranno per vendicare la morte del padre che, per una volta, non c’entrava niente. Il film si conclude con un trionfo di buoni sentimenti, secondo lo stile dell’epoca.

Raccontato così sembra il solito film, che rappresentava sempre il solito tipo di personaggio, replicato all’infinito, pur con piccole variazioni. Il protagonista era l’eroe forte, intelligente, spesso simpatico, l’uomo che non deve chiedere mai, a cui tutto è concesso, nel bene e nel male, dal comportamento fiero e orgoglioso, teoricamente quasi invulnerabile.

Ma questo film sovverte completamente le premesse, mettendo in scena la guerra privata all’interno di una ricca famiglia di proprietari terrieri texani, in cui i genitori si contendono l’educazione e l’affetto dell’unico figlio adolescente, senza tener conto dei suoi reali bisogni ma solo delle proprie aspettative.

Quella che rappresenta Minnelli è la crisi di un’intera generazione che porterà inesorabilmente alla crisi della società e dei valori su cui quella generazione si era fondata. Quando il giovane figlio, interpretato da George Hamilton, si ribella al padre rinunciando alla sua eredità di benessere per ottenere da lui il riconoscimento del figlio illegittimo, in pratica rifiuta tutte le ingiustizie della società rappresentata dal padre e le sofferenze che ha provocato.

Un rifiuto epocale che porta al crollo della famiglia, ma anche dell’intera società, rappresentata dagli abitanti del paese che assisteranno alla ribellione di un figlio, cresciuto negli agi, scegliere di lavorare in fabbrica, insieme ai poveri e ai neri. Il figlio si sottrae quindi ai tentativi del padre di renderlo come lui, rifiutandosi di essere sessista, razzista e maschilista.

Ma nello stesso tempo disprezza anche la madre per non essersi ribellata prima di lui alla situazione di profonda ingiustizia, e aver accettato passivamente un marito violento, traditore, capace solo di fare a pugni con gli uomini, e di usare le donne per il proprio piacere. Un messaggio dunque rivoluzionario, quasi un ’68 ante litteram.

Ma la rivoluzione si gioca anche sul piano cinematografico, nel contrasto tra la vecchia Hollywood, ben rappresentata da Mitchum, che all’epoca aveva ormai imboccato il viale del tramonto, e un nuovo modo di fare cinema, e anche di interpretare la realtà.

Nella scena madre, in cui il figlio litiga col padre, gli rinfaccia il suo continuo bisogno di sottolineare e rinforzare la propria virilità, davanti agli amici, anche attraverso l’hobby della caccia, che rappresenta in modo primordiale la forza e il dominio dell’uomo su ciò che lo circonda. Ed è significativo in questo senso l’effetto simbolico dello studio paterno, con esposizione di fucili e pelli di animali alle pareti, un vero campionario di tutto ciò che fino ad allora aveva rappresentato il machismo ad Hollywood. Anche il titolo ha una valenza simbolica, perché l’originale, che letteralmente si può tradurre con “ritorno a casa dalla collina”, nel significato gergale indica il rientro dalla caccia.  

A casa dopo l’uragano, tratto dal primo romanzo di William Humphrey, è quasi anomalo nella filmografia di Minnelli, colorita e spesso vivace. E’ un lavoro molto intenso e serioso, che sfrutta al meglio la gigantesca interpretazione di Mitchum in un ruolo difficile e negativo, inizialmente pensato per Clark Gable. La regia, come sempre rigorosa e attenta ai dettagli, è impreziosita da una splendida fotografia e da un grande cast: mentre George Peppard e George Hamilton offrono al film un nuovo vigore giovanile, l’indimenticabile Eleanor Parker fa da contraltare con la sua testarda femminilità al caparbio maschilismo di Mitchum, e sul finale si rivela vittoriosa nel fare la cosa giusta. Il suo ruolo sarebbe dovuto andare a Bette Davis, ma forse la Parker era più adatta alla parte.

Nel complesso tutti i personaggi sono approfonditi nelle loro sfumature caratteriali, e l’epilogo, che arriva dopo più di due ore, senza neanche un attimo di noia, è una piacevole e coinvolgente sorpresa, un trionfo del bene, della giustizia, e anche di un concetto quasi moderno di famiglia allargata. Un cinema d’altri tempi e d’altri livelli. Ineguagliabile.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

18 pensieri riguardo “A casa dopo l’uragano (1960)”

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